Il sacrificio del cervo sacro: corollario dell’espiazione borghese

È uscito lo scorso 28 giugno nelle sale cinematografiche italiane, distribuito da Lucky red, l’ultimo lavoro del regista greco Yorgos Lanthimos dal titolo “Il sacrificio del cervo sacro”. La pellicola ha esordito con la vittoria a Cannes del premio per la miglior sceneggiatura scritta da Lanthimos stesso e da Efthymis Filippou, sancendo un trionfo del cinema greco d’autore. Il sacrificio è stato accolto molto positivamente dal pubblico, ormai abituato alle atmosfere asettiche già ben poetizzate dall’autore nelle sue precedenti opere. Il film è la parabola ascendente verso un’escalation di fredda violenza di un cardiologo di nome Steven Murphy- qui interpretato da un consueto Colin Farrell dotato di una splendida barba freudiana- che rappresenta attraverso se stesso (funzione registica che si avverte immediatamente) il simbolo dell’universalismo eurocentrico eteronormativo dell’uomo bianco borghese pater familias eterosessuale. La tecnica cinematografica è subito centrale e la fa da padrone, unendo una colonna sonora che oscilla tra il calssico e le frequenze del digitale così forte talvolta da coprire il sonoro in presa diretta (scelta registica puntuale nella trasmissione di una sensazione di inquietudine occulta) a dei movimenti di macchina precisi e puliti e a una fotografia che strozza i colori in una desaturazione appena percepibile: commistione funzionale nella comunicazione inconscia di un’aura di violenza latente proprio quanto l’incontrovertibile incomunicabilità dei personaggi.  Si avverte dai primi minuti della pellicola un sentimento mitico e profondamente religioso con il quale viene rappresentato il gioco del triangolo borghese la cui piramidale classicità viene interrotta dalla comparsa di Martin, un ragazzo con una retorica irreale per un ragazzo della sua età, con diverse manie ossessivo-compulsive e disturbi della personalità. E’ proprio questo l’evento scatenante che fà in modo che la trama si diriga lentamente, quasi dissolvendosi, verso il baratro della violenza, fino a scatenare una vera e propria messinscena degna delle pellicole del von Trier più maturo. Martin è legato a Steven da un rapporto molto particolare. Da diversi mesi hanno cominciato a vedersi come in appuntamenti amorosi edipici dopo che il medico ha affrontato con leggerezza l’operazione del padre del ragazzo consegnandolo alla morte. I due si scambiano regali e la figura di Steven comincia per Martin a essere un punto di riferimento che rasenta la paeternità.

LA METAFORA

Tutto il film è giocato sulla figura retorica della metafora, anche la fisiognomica del ragazzo cupo e un po’ psycho sembra essere una metafora inquietante. Il lavoro intero è una grandissima evoluzione metaforica del decadimento dei valori classici borghesi (Steven) e della pressione esercitata su di essi dall’emergere di nuove vertenzialità legate alle differenze (Martin). In questo Lanthimos ci ha visto chiaro e lungo. L’esigenza del quotidiano è legata allo scontro del pluralismo e della lateralità delle differenze che cozzano e stridono contro un sistema sociale ancora schiacciato su dinamiche volte al piallamento di tale rete di relazioni. È la rete del globalismo progressista che incontra il conservatorismo dei valori borghesi. Inoltre tutto il film è giocato su altre metafore più squisitamente narrative e soggette a diverse interpretazioni. La scena iniziale del film contiene un non così breve dialogo sull’acquisto di un orologio, oggetto che sarà successivamente regalato dal protagonista all'”antagonista” – perdonate il proppismo inappropriato. I due personaggi risultano così legati da un’idea che ci parla del tempo, attraverso un meccanismo straniante che sugella quest’idea in un oggetto e in una diversa visione di esso (cinturino in acciao vs cinturino in cuoio). I personaggi stessi sono in effetti simboli, metafore. Partendo dal già citato Steven, per passare attraverso Martin, metafora della classe subalterna che rompe la catena del perbenismo borghese con la propria divergente alterità, il cortocircuito per il quale l’esigenza normativa del pater familias si rompe per sempre. Bob, il figlio minore di Steven, unico figlio maschio ed erede al ruolo sociale, vittima proprio della necessità violenta e impellente di eliminare l’universalismo attraverso una morte fisica è una delle immagini simboliche più forti del film. Metafora interessante che giustifica quanto detto fin ora è quella legata al taglio dei capelli di Bob il quale, vistosi ormai alla fine, tenta di rientrare negli schemi estetico-sociali del padre, tagliandosi da solo i capelli in un gesto disperato. In questa capacità narrativa, nella capacità di racchiudere un così grande panorama di polemica sociale in pochi simboli ed espedienti narrativi, si trova la grandezza e l’autorialità di Lanthimos. Non meno metaforici risultano i personaggi femminili nei quali è racchiusa la rivalsa femminista. La figlia maggiore di Steven, Kim, è la prima a cadere nella macchina seduttiva di Martin, lasciandosi incantare e comprendendo la necessità ufficiosa della morte. La moglie del cardiologo, una Nicole Kidman volutamente trasandata, rappresenta invece l’opposizione di genere alla figura in decadenza di Steven: è infatti essa a prendere le redini del gioco finale, in una fredda consapevolezza della fine.

IL SACRO

Il tema del sacro è l’altro asse portante attraverso il quale si sviscera il racconto e con il quale esso si confronta. L’intero film è una trasposizione in chiave contemporanea della tragedia di Euripide “Ifigenia in Aulide” (il tutto viene svelato, oltre che dal titolo,  in un inquietante dialogo tra Steven e il preside della scuola dei suoi figli al quale vengono sottoposte domande per capire quale dei due figli fosse il migliore in modo tale da facilitare la difficile scelta). La condanna di Martin, una profezia che descrive gli stadi della malattia che colpirà la famiglia del medico, ottunde la razionalità di Steven, uomo di scienza, il quale non accetta di cadere nei giochi psicologici di un ragazzino. Ma ben presto sarà costretto ad ammettere che la maledizione di Martin, l’atavico cerchio di sangue tipico di un certo sentimento morale e religioso della Grecia antica, deve essere chiuso in un gioco a tappe che ricorda le piaghe del cristianesimo. Qui infatti le religioni si confondono all’interno di una ben più ampia atmosfera di sacralità. La figura di Martin può essere accostata  decisamente a quella di un Cristo contemporaneo, un messianico sociopatico con la maglietta da nerd. Steven deve sacrificare perciò un componente della propria famiglia. Il sacro così si carica di un significato ulteriore in quanto rappresenta, insieme al sesso – citato più volte sia in modo diretto che in modo metaforico – il paradigma della rivalsa della classe subalterna la quale vive una dimensione sacrale della propria carnalità (si pensi qui a Pasolini o a Carlo Levi) distruggendo la presunta ragione borghese retaggio dell’illuminismo: quello stesso illuminismo costruttore dell’archetipo fasullo dell’universale dell’uomo contemporaneo.

Ma il lavoro di Lanthimos rimane un corollario, una giustapposizione conclusiva di questa ricerca immaginifica di nuovi significati destati dallo sviluppo sempre crescente di nuove prospettive per nuovi ruoli sociali in cerca di riferimento. Così, poichè la ricerca rimane aperta, andate a guardarlo.

Riccardo Stefano D’Ercole

Riccardo S. D'Ercole
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