Che senso ha continuare a parlare di Venezia 76?

Mentre il pubblico italiano accoglie Joker, vincitore del Leone d’Oro, una riflessione sulla legacy della kermesse Veneziana.

A pochi giorni dall’uscita nelle sale di Joker, il film di Todd Phillips vincitore del Leone d’Oro all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, le copertine di tutti i giornali dovrebbero essere ricoperte d’inquietanti sorrisi e trucchi sbavati, delle strade buie di una periferia metropolitana illuminate dal riverbero della luna sulle pozzanghere, o del primo piano di Joaquin Phoenix – che finalmente ha trovato il giusto compromesso tra il cinema pop e cinéma d’auteur per giustificare la sua presunta dipendenza da psicofarmaci (nient’altro che una voce di corridoio). E in effetti… è così. Dalla prima cover su Empire, le redazioni di tutto il mondo non hanno risparmiato colpi, fino a giungere a quelle del nostro Paese, il Bel Paese, che da mesi elaborano un titolo più delizioso dell’altro: da “A che Joker giochiamo” sul Venerdì di Repubblica, al “Ridi Pagliaccio!” di Best Movie, fino all’ultimo “JOKER” (less is more?) di Ciak, non c’è dubbio che il protagonista della prossima stagione cinematografica è stato incoronato a Venezia quella notte piovigginosa del 7 settembre 2019.

 

 

Alla luce di quest’imminente uscita, la kermesse Veneziana (che dopotutto si è conclusa meno di un mese fa) sembra già lontanissima. Che senso ha, quindi, all’alba di ottobre, continuare a parlare della 76ª Mostra di Venezia? Pardon: della settantaseiesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (#Venezia76, per il pubblico social).

Si potrebbe ad esempio approfittare dell’occasione per riconoscere che la consegna del Leone d’oro a un film come Joker, un “cinecomic d’autore”, ai giorni nostri rappresenta forse un piccolo passo per l’uomo, ma un gigantesco passo per l’industria del cinema. Qualcuno potrebbe addirittura azzardare che la giuria di Venezia si è dimostrata illuminata. Forse per merito della presidente Lucrecia Martel, che durante i giorni della manifestazione si è resa tristemente protagonista della polemica sollevata dalla sua assenza alla premiere del film di Polanski, al suon di parole che suonavano più o meno così:

«Io non separo l’uomo dall’opera. […] Non mi sarà facile affrontare il film e non voglio partecipare al gala perché rappresento donne nel mio Paese che sono vittime di questo tipo di abusi, per cui non mi sento di alzarmi e applaudire ma il film c’è. Su questo tema c’è un dibattito e quale miglior luogo che questo, il festival, per il confronto?».

O forse per merito di una giuria selezionata non più sulla base dell’elemento glam e sensazionalistico, a favore di una squadra molto più accurata (per quanto forse impopolare): registi come Paolo Virzì e Shin’ya Tsukamoto (capofila del cinema cyberpunk giapponese), registe donne come la stessa Martel e Mary Harron, o un’attrice di nicchia come Stacy Martin (sì, l’adolescente di Nymphomaniac di Lars Von Trier, nonché la bellissima de Il racconto dei racconti di Matteo Garrone).

Lasciando perdere la giuria, ma concentrandosi sulla selezione dei film, certo è che non se ne poteva più (o almeno, io non ne potevo più) di vedere alla Mostra film come Everest di Baltasar Kormákur, The Danish Girl di Tom Hooper, The Light Between Oceans di Derek Cianfrance e via discorrendo. Non per sputare sentenze su film che hanno anche dimostrato un discreto successo al botteghino (chi più, ahimé, chi meno), ma per mettere in discussione alcune scelte che negli ultimi anni hanno favorito opere “stonate” rispetto al panorama di un festival così antico e importante. È giusto ricordare, a questo proposito, che la 1ª Esposizione internazionale d’arte cinematografica alla 18ª Biennale si svolse sulla terrazza dell’Hotel Excelsior, sul Lido di Venezia, nel 1932, da un’idea del conte Giuseppe Volpi. Dati alla mano: ergo, dopo gli Academy Awards (comunemente chiamati: Oscar®), istituiti nel 1929, la Mostra del cinema di Venezia è la manifestazione cinematografica più antica del mondo. E da una grande tradizione, deriva un’immensa responsabilità.

Lo sa bene il Direttore Alberto Barbera, che si è sempre dovuto destreggiare tra qualsiasi tipo di critica. Venezia, d’altronde, è – correggetemi se sbaglio – la Mostra delle lamentele: gli accademici lamentano una selezione troppo commerciale, i giornalisti di cronaca sbuffano per un povero buffet di notizie, i giovani ancora pieni di speranza non riescono a entrare nelle sale perché il loro accredito non vale praticamente un cazzo, gli operatori non riescono a sopportare la star che non sorride quando arriva all’imbarcadero. Ebbene, questa è Venezia. Per fortuna negli ultimi anni sono aumentate le misure di sicurezza: la moltiplicazione degli ufficiali delle forze dell’ordine presenti a ognuno dei sei ingressi alla Mostra forse non ha davvero reso più sicuro il Lido, ma è riuscita a incanalare l’odio di tutti verso un’unica vittima, meravigliosamente rappresentata dai poliziotti in Lamborghini. E se la Storia ci ha insegnato qualcosa, si sa che l’odio unisce più dell’amore per la salsa barbecue.

Qua e là, su e giù, questo il mondo fa girar.

Ecco perché, forti dell’esperienza delle ultime edizioni, quest’anno proprio Alberto Barbera e il Presidente della Biennale Paolo Baratta sembra che abbiano giocato le loro carte… d’anticipo. Se c’è un merito, infatti, che si deve riconoscere alla 76ª Mostra di Venezia, è che sicuramente è stata in grado di fare notizia.

Niente, infatti, vende più di una polemica. Ecco allora che il femminismo hollywoodiano ha trovato il suo spazio nella paradossale assenza di registe donne in selezione (soltanto due nel Concorso ufficiale, ben poche in più nelle sezioni parallele), compensata dalla loro presenza in praticamente tutte le giurie del Festival: le già citate Lucrecia Martel e Mary Harron nel Concorso Internazionale, Susanna Nicchiarelli alla presidenza per la sezione Orizzonti, Antonietta De Lillo per il premio Venezia Opera Prima – Luigi De Laurentiis, Laurie Anderson per la Virtual Reality (a oggi, forse, la miglior esposizione di VR di tutto il mondo) e Costanza Quatriglio per i restauri di Venezia Classici. Ecco che al Lido è arrivata Chiara Ferragni, per l’anteprima del documentario Chiara Ferragni – Unposted di Elisa Amoruso. Ecco far capolino Greta Thunberg e i giovani del movimento Fridays for Future, che la mattina dell’ultimo giorno della Mostra hanno invaso il red carpet per manifestare contro le Grandi Navi a Venezia e per un sacco di altri nobili motivi (ma tranquilli, se ne sono andati in tempo per il tappeto rosso della serata di chiusura, sventando così l’emergenza più grande di tutte).

Ma non solo polemiche: Venezia 76 è stata anche il palcoscenico di una quantità di star da far girare la testa. Grandi attori come Brad Pitt, Johnny Depp, Joaquin Phoenix, Vincent Cassel e Louis Garrel, fino al nostranissimo Luca Marinelli. Alcuni fra gli emergenti più quotati di Hollywood come Timothée Chalamet e Lily-Rose Depp (paparazzati qualche giorno dopo a sbaciucchiarsi su uno yatch ormeggiato al largo di Capri), ma anche le due ex star di Skins Nicholas Hoult e Jack O’Connell. Grandi registi, da Spike Lee a Paolo Sorrentino (The New Pope), Steven Soderbergh (The Laundromat), Olivier Assayas (Wasp Network), Noah Baumbach (Marriage Story) e Mario Martone (Il sindaco del rione Sanità). Ma soprattutto grandi attrici e grandi donne: Meryl Streep, Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Penélope Cruz e Kristen Stewart, Monica Bellucci e Alessandra Mastronardi (madrina di questa edizione della Mostra).
Senza dimenticare i premi alla carriera dedicati a Julie Andrews, Pedro Almodóvar e Costa-Gavras.

♫ I play the streetlife because there’s no place I can go


♫ Streetlife, it’s the only life I know

Tuttavia né flash, glam, paparazzi e polemiche – e nemmeno gli spritz al chiringuito e allo Spazio Campari sono riusciti a distogliere l’attenzione da un dato molto, molto importante. Che poi, a dirla tutta, è il dato più importante di tutti: la qualità della selezione cinematografica. Perché sì, è il caso che qualcuno si prenda questa responsabilità e ammetta quest’anno Venezia è stata piena di film belli, belli, belli in modo assurdo (quasi tutti, per lo meno).

Qualche esempio? Marriage Story di Noah Baumbach, con le incredibili performance di Adam Driver (Coppa Volpi nel 2014 per Hungry Hearts di Saverio Costanzo) e Scarlett Johansson: il film, a detta di molti, in cui Noah Baumbach smette di essere “il Wes Anderson dei poveri”; il film, a detta mia, in cui Noah Baumbach diventa davvero Noah Baumbach. Ema di Pablo Larraín, che ancora non ho capito se rappresenta una fantastica discesa agli inferi o una terribile ascesa in cielo: una favola surreale e ritmata sulla sessualità polimorfa che piace tanto alle nuove generazioni di fuori sede, con il merito indiscusso di aver regalato al mondo del cinema la performance della protagonista Mariana Di Girolamo. Senza dubbio, merita un applauso e molto di più Joker di Todd Phillips (sì, sono fra i suoi sostenitori), che mischia con invidiabile padronanza il linguaggio del cinema intellettuale a un contenuto DC Comics (e ho detto tutto). E ovviamente anche J’accuse di Roman Polanski, che dopo tutte le polemiche ha vinto anche il Leone d’argento – Gran premio della giuria (e di cui non mi azzardo a parlare, per non alimentare il fuoco della discussione che ha convinto persino i suoi attori a non svolgere alcuna attività stampa).

Grandi chicche anche tra il cinema d’autore, come il vincitore del Queer Lion El príncipe di Sebastian Muñoz, o il debutto alla regia di Igort con 5 è il numero perfetto, con Tony Servillo, Carlo Buccirosso e Valeria Golino. E qualche spunto interessante anche fra i cortometraggi della Settimana Internazionale della Critica, la sezione parallela che negli anni è diventata un punto di riferimento per tenere d’occhio gli autori del futuro, tra cui Il nostro tempo di Veronica Spedicati e Amateur di Simone Bozzelli.

E allora mi chiedo: quale sarà mai, per tutti questi bellissimi titoli passati al Lido, il valore della loro presenza alla Mostra? In termini di valore economico, un Leone d’oro è tendenzialmente inutile. Forse il discorso cambia per quanto riguarda la visibilità, o la percezione di un’opera o di un’artista agli occhi di un pubblico che altrimenti non vi si sarebbe avvicinati. Ma ogni film a questo proposito è a sé stante e costituisce un caso specifico. Joker avrà sicuramente giovato di una copertura mediatica maggiore, ma si tratta comunque di un film con Joaquin Phoenix, su un personaggio talmente famoso della DC Comics da non avere bisogno di ulteriore pubblicità. Stesso discorso si potrebbe fare per Polanski, che per qualche giorno avrà visto il suo film su una serie di titoli sensazionalistici, ma di certo non ha bisogno di un (altro) premio. Il discorso è simile per gli emergenti: sicuramente il soggiorno veneziano li avrà fatti conoscere a qualche nome semi-grosso di altrettanto semi-grosse realtà produttive, intavolando per i più fortunati qualche discorso sui progetti futuri. Ma una volta terminato il carosello, che cosa rimane?

Il sogno. Rimane il sogno. E per me, in fondo, è proprio questo il motivo per cui parlare di Venezia è sempre bello. Per cui andare a Venezia, seguire Venezia è sempre bello. Era uno dei primi giorni della Mostra, quando mi sono ritrovato accanto a Isabeli Fontana, la bellissima modella di Victoria’s Secret, a far due chiacchiere sulla sua esperienza al Lido (ospite di Alberta Ferretti al Franca Sozzani Award). E nella sua ingenuità, alla domanda più banale del mondo, ovvero su che cosa rappresentasse per lei la Mostra per il cinema e per la nostra cultura, la risposta migliore me l’ha data proprio lei:

«What we sell is dreams. And everybody needs to be inspired. By the cinema, the glam, the beauty. I see beauty everywhere. We like to believe that everything’s possible. We just need to feel that breeze.»

E allora ecco che cos’è ancora Venezia: una brezza di splendore in mezzo alle nostre vite un po’ più grigie. Lo è per chi la segue da casa, sognando un giorno di potervi prendere parte. Lo è per chi non se ne interessa, ma intravede di sfuggita qualche star alla televisione. Lo è per chi sfoglia una rivista dal parrucchiere, o per chi scrolla la sua home di Instagram. Ma lo è anche per chi partecipa: per le star, per gli artisti, per i giornalisti, per gli operatori, per i buttafuori, per chiunque abbia l’occasione di respirare quel profumo di bello. Ecco perché non mi stancherò mai di parlare di Venezia e di alimentare la sua fiamma negli occhi di tutti.

Personalmente, non m’interessa altro.

Stefano Monti