Tag: Art

Origins

Fabio Fasiello nasce da una famiglia di commercianti dell’Alto Salento nel 1995 e già nei primi anni della sua vita

Nella testa di George Condo

Cos’ha dire ancora l’arte contemporanea sul quotidiano? Quali sono i rituali iconografici con i quali le opere esprimono piena consapevolezza del mondo iper-accelerato e globalizzato? Esiste ancora un’arte che rappresenti la complessità dell’uomo post-moderno, scardinandone le certezze, esacerbandone le contraddizioni? Non tutta l’arte ormai si è costituita come muta nicchia nutrita da un semplicistico vezzo estetico. Non tutti gli artisti partecipano alla maratona della vuota museizzazione. Ce ne sono ancora alcuni che attraverso la danza dei colori riescono ancora a esprimere una violenta polemica. Fra questi compare il pittore americano George Condo.

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Dino Buzzati, la letteratura, l’uomo e la condanna del tempo

Quale sconfinato mondo strano e errante, la letteratura offre un rifugio dalle nefandezze quotidiane, dal dolore intimo che ognuno di noi può provare, a causa dell’altro, di un perché, di un dramma che la vita ci costringe a vivere. Perché siamo su quello sgabello instabile, che traballa tra l’essere e il nulla, tra il baratro e l’esserci. E ci serve solo quella piccola immensa forza di volontà che ci spinge a vivere. Il faut tenter de vivre d’altronde, come recitava Paul Valery. Perché in fondo noi siamo esseri profondamente inadeguati. Questo è quello che la letteratura, in un modo o nell’altro, può offrirci. Uno spazio dove il nostro io sconfina entrando in un’altra dimensione. Una dimensione in cui cerchiamo di ritrovar noi stessi, al di là dei nostri vissuti particolari. Una dimensione in cui annullarsi, vivere altre vite, che indubbiamente non sono le nostre, ma in fondo lo sono. Una dimensione che ci ricordi di sentire, che ci ricordi il sentire quello vero e proprio, che ci ricostringa ad amare, a pulsare, a riflettere su ciò che siamo e non siamo, su ciò che amiamo e ci spezza, ci apre in due, come scriveva Philip Roth. Quella dimensione in cui, a contatto con l’autore che stiamo leggendo, cerchiamo disperatamente di ritrovar noi stessi, una risposta alla nostra condizione, una soluzione al nostro dilemma, una via di fuga al nostro strano e inutile dolore. E allora si fluttua, tra una pagina e l’altra, si cerca, ci si immedesima, si rimane basiti di fronte ad alcuni passi che più di altri ci turbano e ci inducono a sentire quello che normalmente non siamo abituati a sentire.

La letteratura è forse l’unico luogo in cui riusciamo a scorgere l’ἀλήθεια o un altrove in cui siamo veramente ciò che siamo e il nostro essere si disvela nei personaggi di cui leggiamo e nelle loro oscure e recondite sensazioni, là dove, neanche l’altro, col suo sguardo capace di ferirci e ucciderci, può veramente arrivare. La letteratura è forse lo specchio per eccellenza, quello specchio in cui facciamo fatica a rifletterci, per paura di non sopportare ciò che realmente potremmo riuscire a vedere e a vivere. Ciononostante è quello specchio di cui, alcuni di noi, non possono fare assolutamente a meno.
E questo vale anche per alcuni scrittori, che usano la propria arte per scoprire e scoprirsi, per mettersi a nudo su un foglio e leggersi dentro, sguazzandoci senza fiato.
E forse perché siamo umani, troppo umani, e a saperlo fin troppo bene era, tra gli atri, proprio Dino Buzzati.

Dino Buzzati - Tutt'Art@ (49)

Uno sguardo nel kitsch di Martin Parr

Martin Parr è un fotografo britannico classe 1952. I primi approcci fotografici constano di opere in bianco e nero. Ma è dai lavori dei primi anni 80 che comincia a sviluppare la propria poetica innestata su una esaltazione delle contraddizioni dei soggetti fotografici sulla base di una oculata scelta di tali soggetti e di colori vividi iper-saturati. E’ proprio questo perfetto connubio a permettere che il fotografo rientri oggi tra i grandi, sebbene un restio Henri Cartier-Bresson non abbia mai apprezzato le opere dell’autore qui trattato poichè ritenuto dal maestro un po’ troppo eccentrico, addirittura proveniente da un pianeta diverso rispetto a quello della fotografia. Per molto tempo e in modo quasi ossessivo l’autore ha fotografato del cibo: migliaia di pietanze, fast food, english breakfast, bibite colorate gasate, dolciumi di vario genere. Con queste fotografie il risultato estetico raggiunge dei livelli importanti. Il cibo perde il suo significato primarioe si autoestetizza staccandosi quasi dalla realtà, diventando un oggetto ready-made dai colori vivaci, spaccando la pellicola e raccontando la realtà dal quale proviene.

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La scelta di ritrarre i piatti tipici dell’alimentazione pop britannica è in linea con tutta la poetica del fotografo. Infatti i piatti sembrerebbero rappresentare una metafora della condizione facilmente opulenta, ricca di conservanti e plasticosa della media borghesia. Tutto è esaltato da un vero e proprio gusto del kitsch il quale non viene visto da Parr stesso come una debolezza, ma come il punto esatto della sua poetica.