Underground Nostos

I miei ricordi li ho gettati via nel sibilo del vento, qualcosa che è rimasto sospeso nel tempo e che non so definire ferisce come una lama sapiente nel costato, un cherubino in lacrime rigira il lembo di metallo di questi giorni, qualche sferzata di vento arriccia il mare al di là del molo, un gioco di un bambino dispettoso e niente più. Giù per le vie, nel quartiere, il suono del mucchio di persone indaffarate, come si chiama questa distanza? Come posso definire il quiescente desiderio di raggiungermi con fatica, mentre le mie membra sono sospese in una miopia costante, un lascito infernale che mi rinfranca dall’essere una persona. E tu, tu, meschino, dove sei finito? Perché hai gettato tutto alle ortiche? Passo con i miei piedi immacolati sul destino irredento della solitudine, dove hai lasciato il tuo amore?

Anche il sole è una ferita nella carne, gennaio che intorpidisce, le auto si spostano con vivace automatismo, e il mio passaggio è un nostos invisibile sul cemento. Il rosario di questa impossibilità di dire, di raccontare e di centrare il punto di qualcosa che si spreca, la distanza che ancora vocifera sommessa sotto le lenzuola, i tuoi occhi, i capelli e il profumo di quei fiori lasciati come una preghiera, un vangelo del tuo futuro silenzio, non colmerai l’abisso e il taglio, la recessione del peccato commesso, il parto sanguinolento che hai scatenato, lasciandomi a guardare le tende svolazzare nella corrente, nel sole di gennaio, nel granito sulfureo della luce che si condensa nell’idea della morte.

Tutto quello che hai toccato, io non ho toccato più, ripesco la mia maschera di corifeo dal cassetto e la indosso in lacrime, destino depravato il nostro, dove corri? Cosa cerchi? In quale carne affonderai le tue unghie nel lamento incestuoso della notte? Dove sbarcherai, mitomane egoista, ombra, fantasma?

Il lutto dei giorni, questo sacro godimento, succo che cola dal calendario e scarnifica, plasma la mia figura di inetto, padre infecondo, solo, nell’inganno iridescente della città. Tutto è assenza, è dolore per qualcuno che non c’è, e dentro questa tensione abito io e abita la mia confusione che si agita come le piume di un cigno nel sole e nel vento. La mia anima si trucca, si veste, si acconcia. Il terreno della vanità e quello della disperazione si somigliano con meschina arroganza. Non rimane di te che l’ombra caotica, la traccia profumata e misteriosa del tuo passaggio.

Rifuggo da tutto ciò che sei stato, mi lascio andare all’abbandono. Allo spasmo concepito per non sentire più il dolore, l’artrite dell’emozione, la gioia della memoria. Sei questa forma meschina di presenza nello specchio, luce che studia gli spigoli del mio volto e mi condanna a morire.

Se gli angoli delle strade che costruiscono il mio vagare si animassero per un secondo, troverei la forza di raggiungere una destinazione, sfidare l’abisso e il canto delle sirene, orientare i miei uomini nella resistenza alla divinità che mi odia. Ma ogni spazio rimane vuoto, ogni angolo è traccia del passaggio che fu, che non è più: il destino del mio sguardo è una meccanica stabile che si incastra nel silenzio, prima di partire per l’ade, di consumare la mia carne nel tetro canto delle Erinni.

Born at the turn of the 21st century, Leila Helena Grillo is a multidisciplinary artist based in Los Angeles, California who has spent much time studying in Florence, Italy while also traveling in solitude between Milan and other cities across Europe. Much of her work is based off of her voyages through the sea of emotional, sensory, and collective memory and exploring the melancholic and rhapsodic realm of recollection. Her photographs have been exhibited throughout the United States including New York City and Washington D.C., and her video installation was showcased in Florence in a curation with a central them of elusiveness. Her sound art is also streaming on major platforms including Spotify, Apple Music. Leila currently continues realizing a full body of multimedia works while residing in the bombastic cosmopolitan of Los Angeles.