Ultima notte

Sarà stato il cupo scuro del pavimento, la disposizione degli attimi mentre ti guardavo, credo che sia stato questo ad avermi spinto a lasciarti.
Lo sgretolarsi dei nostri sentimenti, l’abbandono di una promessa che un giorno credevamo sacra e infallibile, ma che era stata invece irrimediabilmente tradita. Avevamo così deciso di vendere casa. Inutile continuare a ferirsi a vicenda dopo tutto quello che era accaduto. Così come sarebbe stato inutile continuare a fingere di non sentire quello che ormai si rassegnava consapevolmente all’evidenza.
Il tuo tradimento ci aveva mandato in mille pezzi come un vaso di cristallo che, proprio mentre cade su questo pavimento scelto insieme al resto a costo di litigi inutili su beffarde questioni di stile, già si frantuma consegnandosi al nulla che di lì a poco sarebbe diventato. Avevo tentato inutilmente di ripararlo, ma la nostra fine si stagliava continuamente davanti ai miei occhi nel nostro vivere quotidiano. Non avevo più la forza di starti accanto, di perdonarti, di sopprimere quello che credevo fosse solo dolore e nulla più. Tutto quello che eravamo stati colava sul tuo viso con il nero che intingeva continuamente le tue lacrime.

Le tende chiedevano perché, mentre riponevi i vestiti nell’armadio in quella stanza che avevamo scelto un tempo e ci costringeva ad ascoltare. Ad ascoltare lo spazio vivo, che ci restituisce ora quell’abitare stanco in cui tutto il nostro essere avrebbe dovuto verificarsi. La fissità degli oggetti mi inchioda di fronte all’impossibilità di fuggire e di sfuggirti. Io continuavo a chiederti perché, mentre posavi i tuoi gioielli sul comò, sfilandoti uno a uno i tuoi anelli, i tuoi orecchini e i tuoi bracciali che disponevi poi in serie accanto a quei merletti che non esitavi puntualmente a sistemare. Questa stanza ha vissuto il nostro tempo, ricordi? Avevamo scelto la luce così ricurva sugli spazi, negli angoli, i colori, gli arredi, i comodini, le abat-jour in pendant con i muri, i quadri dismessi che avevamo deciso di disporre a nostro piacimento. Avevamo scelto tutto con quell’entusiasmo tipico degli inizi al profumo d’avvenire. Lasciamo a questa stanza ciò che siamo stati, il ricordo dei nostri errori, dell’incedere della nostra passione, delle nostre riflessioni sotto questo soffitto, cielo delle nostre notti, del profumo della nostra tenerezza intrappolata tra le fibre delle coperte, delle nostre abitudini e dei nostri rancori assorbiti dai mobili.

Non ci resta che quest’ultima notte per abbandonarci al passato e alla bellezza sepolcrale degli spazi che abbiamo vissuto. Non ci resta che arrenderci a ciò che è stato e che non sarà più. Domani, il futuro consegnerà i nostri luoghi al prossimo essere che li abiterà. Non resterà altro che una ragnatela di ricordi, i miei e i tuoi, nelle valigie ormai sul letto, sulle grucce accatastate, sui tappeti arrotolati, come polvere che si posa sulle superfici.
Questa stanza ci aveva donato la sicurezza, la comodità, un rifugio dalle nefandezze quotidiane. I mobili erano i sacri custodi della stanchezza, del disarmo del tempo, degli oggetti preziosi. Ma questa stanza forse non era più la nostra stanza da tempo, esattamente da quando le tue labbra erano volate via, si erano sporcate di un altro e puzzavano di quell’ardore che avevi deciso di cercare altrove. Sentivo quella puzza ormai dappertutto, sulle mie camicie nell’armadio appese accanto ai tuoi vestiti, sulla coperta ai piedi del letto, sulle federe dei cuscini, sulla tua spazzola da sera.

Tutto era pregno di quell’odore nauseante di cui non riuscivo più a liberarmi. Restare qui sarebbe stato per me impossibile da sopportare. Ma lo spazio fa, crea, trasforma e continua ad abitare ciò che noi smettiamo di abitare, e continuerà a esistere, proprio come noi, sotto nuove suole che lo calpesteranno e tra nuovi corpi che lo riempiranno, nella penombra del nuovo essere che lo occuperà. Un nuovo essere che respirerà tutta la nostra densa nube di emozioni, ricordi, smagliature d’istanti, nevrosi e dolori. Perché lo spazio che viviamo ci abita abitando sé stesso, si nutre di sentimenti, li agita e li stimola, al di là del tempo e del mobilio attonito che alimenta con la sua fissità quell’incredibile illusione di un nostro prolungamento, di una nostra proiezione, di un nostro riflesso sugli oggetti e sulle cose che crediamo che pensino.

Adesso guardo le foto scattate dall’agenzia per la vendita. Quanto vuoto mi sembra di scorgere in questi spazi così familiari, quanto nulla si disperde nella nostra camera, quanta immobilità a dispetto del nostro vivere qui dentro. Dove è andato a finire quello che siamo stati l’uno per l’altra, mi chiedo attonito. Non riesco a rispondermi, sconfitto nella rassegnazione più pura, quella che indossi come un comodo abito che sembra donarti particolarmente. Eppure, continuo a ripetermi, solo ieri, in questa camera da letto, io ti amavo e tu mi amavi. Appena un attimo prima di quest’ultima notte.

Federica D’Ercole (Andria, 1988), Phd in Storia della Filosofia Medievale, editor per Quaestio (Annuario di Storia della Metafisica) e consulente Digital Marketing. Vive e lavora a Bari. Coltiva la scrittura come una delicata pianta da interno, spaziando tra testi accademici, drammaturgia, prosa e poesia. Per Nea Magazine ha scritto, nel 2018, Dino Buzzati, la letteratura, l’uomo e la condanna del tempo.

Filippo Ferrarese è un fotografo freelance, laureato in Architettura presso il Politecnico di Bari, la sua città natale. Dal 2018 vive a Milano dove esercita la professione di fotografo di Architettura d’interni, still life e arte contemporanea. Dal 2019 collabora a Firenze con “OKNO studio” realizzando servizi fotografici nel campo dell’arte. Il suo lavoro di fotografo consta inoltre di progetti personali. È autore, per Nea Magazine, di fotografie inserite all’interno di Nea Magazine Issue n.0 – Dispaccio –