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Dal calcestruzzo, dal cemento armato permeavano lacrime, calli e lame, erano ben visibili. Percolando dalle pareti si trascinavano dietro tutto lo sporco che si era impadronito dei solai. Quello sporco ce lo avevano messo prima dei solai.  Lo spiazzo davanti a quei mostri partoriti dallo i.a.c.p. era un’agorà bulimica. Dentro stavamo stipati come sciami vestiti di rosa, glitter e jeans. I miei figli giocavano a pallone, in mezzo agli scooter che ronzavano, alle mani che intrecciandosi sancivano gli scambi ai quali ci avevano destinati. Odore di cipolla, pomodoro, falafel e spray.

Dove l’alienazione dai diritti piove incondizionata sulle vite arroccate sotto lamiere che si trasformano in nascondigli si paventa una possibilità per il mercato di riconoscersi, di aprire spazi e di contaminare la purezza rozza e indipendente di quelle differenze. Prima si allontana, dopo si sottrae lo spazio di quella stessa lontananza trasformandolo in epicentro di una nuova possibile piccola borghesia post-ideologizzata. Quell’universale ha dimostrato la propria inadeguatezza, ha paesato il fallimento della sua essenza. Come un impianto di piombo che si regge sul vetro, è crollato portandosi dietro i detriti della democrazia dei consumi, partorendo tardivamente immondizie sociali, rifrazioni del mercato di massa che si sono accumulate nell’odio. E quell’odio l’ha inghiottito, chiamandola street art, ora ci dipingono i caseggiati, prima di scrivere district davanti al nome della borgata e di cacciarci via dalle case in vista di una expo. Noi, nuovi migranti urbani, soggetti nomadi senza denti d’oro, nè infissi di plexiglass.

Un ragazzino scrive sempre lo stesso nome, vicino a peni rosa e “mary ti amo”. Fanno chiudere i negozi delle cinesi che fanno le unghie, fanno chiudere “hobby casa” e il negozio pakistano. Fanno chiudere la cecità dietro le saracinesche, vendono locali, fanno venire la società comunale e rimettono a posto le strade. Un architetto ha fatto un progetto per la piazza, ma a me non ha chiesto nulla. Tolgono il cartello che avevo scritto io, quello che diceva : benvenuti.

Dove facevano il mercato ora ne fanno uno che ha un nome inglese. Ci vendono fiori, vestiti e oggetti di antiquariato, è abitato da ragazzini che fanno l’università. Non ci vado mai perchè costa troppo. Mi hanno spedito un invito che dice che apriranno un museo d’arte contemporanea dietro casa mia. Ma perchè non ci hanno fatto una scuola, o un ospedale, non me l’hanno detto. In queste nuove geometrie percepisco una discreta bellezza, un ordine che vorrei mi appartenesse. Ma rinconosco di essere ancora più lontano, di non avere più diritto su qualcosa, se non sulle mie quattro mura. Tutto in cambio di una fermata del tram. Guardando i continui cantieri, le macchine sollevare tonnellate di terra battuta, ho l’impressione che in quelle ruspe ci finiremo anche noi, che saremo presto sostituiti da individui nuovi di zecca.

 

Fotografie
Nicola Colia (Italia), Mattia Terribile (Italia), Filippo Ferrarese (Italia), MJCalsis (Filippine), Federico Puggioni (Thailandia),  Giuseppe Frattasi (Italia)

Testo

Sigma