Tra street photography e paesaggio urbano: la composizione dei luoghi nella fotografia di Nicola Colia

Quando si parla di fotografia è necessario tener conto di una legge fondamentale: il linguaggio fotografico non ha fino ad ora una definizione ontologica finale. Fino a dove, dunque, è possibile parlare di fotografia e da quali punti di partenza? Prima di tutto si deve fare i conti con chi ha studiato profondamente questo linguaggio tentando di strutturarne una definizione, cominciando da autori quali Walter Benjamin e Roland Barthes che nei loro testi tracciano un’ analisi preventiva e aperta rispetto al mondo oscuro generato da obiettivi, luci e pellicole e la cui attenta lettura è una base per chiunque voglia avvicinarsi al mondo della fotografia. E sebbene la storia di questo artificio magnifico abbia attraversato le connessioni tra arte e speculazione filosofica, questo resta oggi, e in maniera definitiva , uno dei più sconosciuti e variegati ambiti dell’arte visiva. L’impiego che se ne può fare spazia dall’arte visiva in sè e per sè al marketing, passando per l’archivio scientifico o quello familiare, per sfociare nella narrazione e nel racconto o nello studio dell’ambiente circostante sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista più psicologico.
E’ proprio questo il lavoro di Nicola Colia, classe 1990.

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Dopo un primo periodo di lavori dedicati alla street photoghraphy e alla documentazione attraverso il reportage, Colia ha attraversato le strade del Regno Unito e quelle italiane in una ricerca continua di simmetrie e geometrie, cogliendo man mano il linguaggio fotografico che calzasse maggiormente per ciò che riguarda la rappresentazione fotografica dello spazio urbano. La differenza sostanziale tra la street photography e la fotografia dello spazio urbano consta di una ragionata discussione sul tempo. Il tempo della street photograpphy è infatti più immediato, parcellizzato e discontinuo: le cose accadono nell’attimo, in quell’ è-stato irripetibile che si cerca di cogliere attraverso la macchina. Per quanto riguarda lo spazio urbano, invece, il tempo si dilata, si intellettualizza, permettendo al fotografo di ragionare in termini compositivi a seconda del proprio linguaggio prospettico-psicologico.

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Si può dire che la street art intellettualizzi prima dello scatto, cercando nella realtà il concetto rappresentabile a priori. La fotografia degli spazi urbani, invece, ragionando sulla tecnica, prima che sul concetto, sul piano del significante, prima che su quello del significato, intellettualizza l’immagine solo alla fine, nella comparazione tra l’io che attraversa quei luoghi e l’io connubio spaziale, psicologico e temporale che li ha attraversati prima di chi scatta.

La fotografia di Colia si riempie di questa consapevolezza: una ragionata analisi della porzione di realtà che sta dietro l’obiettivo, una composizione sistematica, ma fluida,  di linee prospettiche che rappresentano la costruzione di un linguaggio interiore sul visivo la cui funzione speculativa rimane aperta e mai definitiva. Questo linguaggio personale risulta essere un esercizio sulla visione, più che un’atto documentario. Si costruisce infatti sugli assi del colore e della luce, sui toni che si assemblano in una sintesi che ci parla dell’ordine naturale delle cose che sfugge al caos e all’ansia spasmodica delle aree urbane. Il silenzio delle dimensioni e delle linee prospettiche ci raccontano un equilibrio che, una volta scoperto, si plasma come unica fonte di senso all’attraversamento delle architetture che compongono la nostra quotidianità.

 

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La rappresentazione degli spazi è nell’ambito della ricerca del fotografo una messa in scena priva di esseri umani. Questa risulta però essere una scelta definitiva quanto prorompente. L’assenza delle persone, della moltitudine inquieta che attraversa questi luoghi, ci dice qualcosa in più sulla sua essenza, sulla vita che scorre qui silenziosa racchiusa nella materia.

«[…] Attraverso essa traspare proprio la parte in ombra, quella che viene rimossa; la fotografia è realmente tale se ci aiuta a scoprire quello che non sappiamo invece quello che già conosciamo.»

Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, Giulio Einaudi editore, Torino, 1979

 

I luoghi nelle fotografie dell’autore sono lo specchio dell’identità delle persone che lo abitano. La fotografia in questo caso tanto più sottrae nell’ambito degli elementi costitutivi, tanto più restituisce alla percezione psicologica di chi guarda l’immagine.

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Se l’arte visiva ha il compito di costruire a partire dalla tela bianca la materia compositiva dell’immagine, fino a sondare le oscure profondità dell’inconscio umano e a scrutare i mutamenti remoti delle dinamiche della realtà visiva che si vuole rappresentare, la fotografia ha invece l’arduo e importante compito di restituire allo sguardo porzioni di realtà che sono appartenute a un quadro già dipinto da un demiurgo capriccioso che vi ha nascosto dei punctum di senso e di emotività. Da esso si vuole sottrarre segmenti di reale i quali ci parlano sia di un ordine che sta dietro la luce che di una vita che pulsa nascosta dietro il passaggio di un qualcosa o di qualcuno che albergano nelle nostre sensazioni come fantasmi in una casa infestata. La fotografia di Colia così vuole essere un ragionato linguaggio tecnico-visivo, uno studio in divenire che procede verso la sistematizzazione di una psicologia della percezione che dirige l’occhio del fruitore di queste immagini verso un ragionamento sul passaggio, sul fluire della vita nascosta dietro gli angoli non ripresi dall’obiettivo.

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Riccardo Stefano D’Ercole