Nella testa di George Condo

Cos’ha dire ancora l’arte contemporanea sul quotidiano? Quali sono i rituali iconografici con i quali le opere esprimono piena consapevolezza del mondo iper-accelerato e globalizzato? Esiste ancora un’arte che rappresenti la complessità dell’uomo post-moderno, scardinandone le certezze, esacerbandone le contraddizioni? Non tutta l’arte ormai si è costituita come muta nicchia nutrita da un semplicistico vezzo estetico. Non tutti gli artisti partecipano alla maratona della vuota museizzazione. Ce ne sono ancora alcuni che attraverso la danza dei colori riescono ancora a esprimere una violenta polemica. Fra questi compare il pittore americano George Condo.

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L’autore è nato nel 1957, inserendosi nella scena artistica americana nel pieno degli anni 80. Il periodo non è conforme a tutte le vicende artistiche legate alle tematiche più squisitamente politiche che avevano colmato gli almanacchi degli anni 60 e 70, supera l’arte performativa, mantiene l’occhio sulla pittura e ne coglie le potenzialità esplosive. Il suo nome si inserisce così fra quello di Jean-Michelle Basquiat e di Keith Haring fra gli autori esponenti di un’ultima generazione pittorica legata alle complessità delle tematiche a cavallo tra gli anni 80 e 90. Le tele di Condo sono squarci ipercolorati su una realtà bassa e provincialotta, sono la rappresentazione realistica delle vite comuni di gente comune o che ha vissuto sotto i riflettori per poi finire in rovina attraverso tecniche pittoriche che si innestano tra il classico e il contemporaneo, racchiudendo la perizia artigianale e l’estro della libertà stilistica. Ed è così che clown e camerieri, sacerdoti di ogni risma, ballerini e panciuti alcolisti, signorotti della borghesia decaduta diventano i protagonisti di una narrazione inconsueta, che ci racconta e ci orienta nella comprensione del male della superficialità, del pressapochismo e del consumismo, che deforma fisicamente, stanca e affloscia, trasmuta e contorce davanti a uno sfondo di colori squillanti, nell’incastro post-umano delle forme.

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L’universo narrativo del pittore che ha collaborato con i più grandi esponenti della beat generation in un proficuo dibattito sulla contemporaneità ( si pensi alla partecipazione di Allen Ginsberg e WIlliam Burroughs al documentario Condo Painting del 2010) è composto da figure grottesche e disumanizzate, umani divorati dall’incessante fluire dei superficialismi della società capitalista, partoriti da una mente incondizionatamente lucida e raffinata, permeata della cultura visiva classica e raffinata con l’arte del novecento. I ritratti di condo superano i maleficivolti di Bacon, li limano quasi a sottolineare il più superficiale male che li accoglie. Non più infatti il sentimento novecentesco legato allo smarrimento della condizione umana appartenente al periodo fra le guerre mondiali. Bensì vi scorgiamo un vuoto quanto radicale e plastico nulla-da-dire, dovuto all’estenuante incalzare dell’advertising e dell’era post-industriale. Dei protagonisti delle sue tele e delle tecniche Condo ha detto :

«My painting is all about this interchangeability of languages in art, where one second you might feel the background has the shading and tonalities you would see in a Rembrandt portrait, but the subject is completely different and painted like some low-culture, transgressive mutation of a comic strip[…]»

«When you see a crowd of people coming out of a subway and one crabby old lady is elbowing some guy to get out of her way and some strange bickering starts to take place, those kinds of expressions are far more interesting to me.»

George Condo. The New York artist talks about high jinks with Basquiat, Monte-Carlo slot machines, and “psychological cubism” Interview. Julie Belcove, Financial Times, 21 Aprile 2013

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Di George Condo hanno parlato in molti, ma è  il filosofo francese Felix Guattarì, più celebre per il binomio che lo lega alla figura di Gilles Deleuze, a dire a proposito del pittore  nel 1990 :

«This structural deconstruction operates by means of two processes: an inversion of statements and a saturation of the canvas.»

E ancora:

«There is then a very specific ‘Condo effect’ which separates you from all the painters you seem to reinterpret. You sacrifice everything to this effect, particularly pictorial structure, which you systematically destroy, thus removing a protective guardrail, a frame of reference which might reassure the viewer, who is denied access to a stable set of meanings.»

Così l’arte di Condo elimina le barriere semantiche della percezione, smantellando pian piano la nostra comfort zone, operando sul piano inconscio, svelando il grottesco dentro ognuno di noi, come insensibili marionette di un macabro teatro che oscilla fra il supermercato, la chiesa il pub e il baratro.

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Riccardo Stefano D’Ercole