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december curator / year 2025 /

Ivana Sfredda

Intervista a cura di Riccardo S. D'Ercole

Ti andrebbe di descriverti un po’, di raccontarci chi sei? Qual è stato il tuo percorso? Cosa ti senti di raccontarci?

Sono nata a Termoli nel 1995. In seguito al mio percorso di studi all’Accademia Albertina di Torino in Media Art mi sono trasferita a Milano, dove vivo tuttora, per studiare fotografia al CFP Bauer. Lavoro come photo editor e fotografa, continuando parallelamente a sviluppare la mia pratica fotografica personale.

Come descriveresti il tuo approccio alla fotografia, alle arti visive o a tutto quello che ha a che fare con i linguaggi visuali?

Il mio approccio alla fotografia è sempre in evoluzione. Cerco di concepire l’immagine in maniera sempre diversa, affinché possa agire come un varco, un mezzo per poter manipolare la realtà dall’interno.
Tendo a immaginare la lente come un’estensione del mio occhio, una vista che si insinua dove non sempre allo sguardo umano è concesso arrivare. Mi piace infatti stare vicino alle cose, sia durante la fase di scatto che in quella successiva di editing.
L’editing nel mio lavoro è una fase fondamentale, svolge una funzione quasi pittorica che mi permette di costruire una stratificazione ulteriore rispetto a ciò che percepisco in un secondo momento. Spesso, infatti, passa molto tempo tra lo scatto e il momento in cui torno a lavorare sull’immagine, permettendomi così di creare una seconda narrazione.
Allo stesso tempo, per me è importante la fase di archiviazione, non reputo mai un progetto concluso, ma più come una parte di un archivio che, come le immagini stesse, è in continua mutazione, in evoluzione. Ogni immagine non è mai vincolata a una raccolta, a un progetto, ma sono sempre libere di cambiare posizione, di essere ricontestualizzate in base al contesto che le ospita. Le immagini che scatto non sono quasi mai messe in scena, sono piuttosto appunti visivi nati da viaggi, passeggiate, incontri ed eventi di ogni tipo.
Quello su cui sto lavorando di recente ha a che fare con il desiderio di recuperare un’intimità e una leggerezza, insieme a una maggiore consapevolezza sociale, interrogandomi sul valore di ciò che vedo e sulle gerarchie che lo attraversano.

Trovo molto interessante anche questo aspetto dell’archiviazione. È raro, perché molto spesso si tende a concepire i progetti come percorsi chiusi, finiti, e invece questa cosa che dici, che i progetti sono come folders di un archivio di immagini che puoi estrarre a tuo piacimento affinché siano ricollocate o perché acquisiscano nuove significazioni, è un dettaglio nuovo, grazie.
Come ti sei trovata con la curatela? Che tipo di esperienza è stata per te, quali sono state le tue impressioni?

È andata molto bene, fare ricerca è sempre interessante. Allo stesso tempo, mi ha dato modo di approfondire il discorso visivo legato ai media, ai social, e di riflettere ancora su quanto le immagini possano modellare narrazioni e percezioni collettive.
 

Pensi che ci sia stato, nel tuo percorso, un evento significativo che ti ha avvicinato alla fotografia come linguaggio?

No, non credo. Credo che il mio primissimo approccio alla fotografia sia avvenuto quando ero molto giovane. Sono nata e cresciuta in campagna, dove momenti di meraviglia spesso si alternano a scene più crude, almeno dal punto di vista visivo. Credo che il mio rapporto con la fotografia sia nato in questi momenti in cui la mia sensibilità veniva profondamente scossa da quello che mi circondava, che mi sorprendeva o che mi perturbava. Inoltre ritengo che essere testimone di un evento, di un momento in particolare o semplicemente della bellezza di qualcosa o di qualcuno e poterlo condividere con qualcun’altro sia un processo che mi fa sentire davvero connessa con la realtà. Sicuramente poi il confronto con gli altri e la messa in discussione del mio lavoro sono stati e sono tutt’ora eventi importanti, sia in contesti scolastici ma soprattutto affettivi a cui devo molto.

«Cerco di concepire l'immagine in maniera sempre diversa, affinché possa agire come un varco, un mezzo per poter manipolare la realtà dall'interno.»


C’è un progetto fotografico a cui sei legata in modo particolare? Anche riguardo agli aspetti del processo, di realizzazione. C’è un lavoro che hai fatto che pensi sia importante per te più degli altri, o no?

Sicuramente ti parlerei di Soak Up,  un progetto che va avanti da qualche anno ed è tuttora in evoluzione, quindi credo che in questo senso sia il mio primo vero progetto ancora aperto. Lavorarci mi ha permesso di esplorare in modo più profondo le relazioni tra i corpi, tra i materiali e le superfici. Mi ha permesso di approfondire le dinamiche affettive, relazionali, sessuali, di più corpi, umani e non. È con questo progetto che ho iniziato a intendere la fotografia anche come uno strumento di traduzione e di archiviazione del corpo, un mezzo per esplorare legami sottili e inattesi, aprendo a nuove possibilità di coesistenza tra corpi, materia e immagine. In Soak Up la materia viva e inanimata coesiste in uno stato di mutazione continua, dove le identità si intrecciano, si ridefiniscono. Inoltre, intendo questo progetto anche un po’ come una biografia visiva di questi ultimi anni. Le prime immagini sono visivamente diverse dalle più recenti: inizialmente lo interpretavo come un segno di incoerenza, ma col tempo ho compreso che questa discrepanza è parte integrante del processo.

Lo scopo reale delle curatele di Nea è quello un po’ di mettere in condivisione uno spazio tra i fotografi e le altre figure creative. Quindi ti chiedo se c’è un progetto fotografico che avresti voglia di realizzare in condivisione con altre figure. C’è qualcosa che vorresti realizzare pensando di non avere la possibilità di farlo da sola?

In realtà no, non credo. Preferisco intendere il lavoro come un processo che si sviluppa nel tempo, per stratificazioni, piuttosto che come un’idea pronta in attesa di realizzazione. Allo stesso tempo, sono ovviamente sempre aperta alla collaborazione e curiosa di incontrare altre personalità: il confronto è sempre interessante.

Pensi che esista un’autrice o un autore che ti piacerebbe scrivesse a partire dalle tue foto?

Che scrivesse a partire dalle mie immagini non saprei, mi verrebbe in primis da citare la teorica e filosofa statunitense Jane Bennett. In particolare il suo saggio Materia vibrante. Un’ecologia politica delle cose (Timeo, 2023), in cui sposta la nostra attenzione dall’esperienza umana delle cose alle cose stesse.
Bennett approfondisce il concetto di «materialismo vibrante», che si richiama a un principio auto-organizzativo della materia, esplorando in che misura possiamo riconoscere una forma di autonomia anche negli oggetti e nei materiali. Questo testo mi ha profondamente influenzata: mi ha aiutato a ripensare il rapporto tra soggetto e ambiente nelle mie immagini e a consolidare alcune delle riflessioni su cui stavo già lavorando.

Che ne dici di raccontarci di un’autrice o di un autore del passato a cui sei particolarmente legata, o che ha ispirato in qualche modo il tuo lavoro, e in che termini?

Sono sicuramente tante e tanti. Quello di cui ti parlerei oggi è il fotografo giapponese Nobuyoshi Araki. Non tanto per i soggetti in sé, quanto per il modo in cui ha spostato l’erotismo dal corpo allo spazio.
Nei suoi lavori la sensualità può emergere da un pavimento, da una strada o da una superficie apparentemente neutra. Il suo, per me, è uno sguardo che lascia filtrare il desiderio della vita quotidiana nelle cose, nei luoghi, nei dettagli. Il suo lavoro mi ha insegnato che l’intensità di un’immagine non dipende da ciò che rappresenta, ma proprio dalla relazione che si crea tra chi guarda, chi fotografa e il soggetto fotografato.

Per me è tuttora molto importante l’influenza cinematografica, senza ombra di dubbio ha sempre modellato il mio immaginario visivo.

Infatti sei stata la prima a inserire dei video all’interno delle selezioni.
È stato molto interessante come esperimento, anche perché di solito abbiamo sempre fatto fotografia intesa in senso stretto, però effettivamente anche il cinema è fotografia, quindi…

Esatto, in molti contesti, la fotografia viene spesso letta come un linguaggio autonomo e separato. Metterla in relazione con altri ambiti visivi permette di spostare lo sguardo e di lavorare su un terreno più aperto.

Ultima domanda. C’è un’autrice o un autore contemporaneo a cui affideresti la curatela mensile di Nea?

Mi verrebbe da consigliarvi due nomi. La prima si chiama Maria Supinatra e l’altra invece è Chiara Benzi. 

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