Giorgio Scerbanenco : Umanità calibro 9

Probabilmente qualche altro inquilino si era accorto di quell’acqua che scorreva fuori dalla porta, ma si era ben guardato dall’avvisare qualcuno, il portiere. La civiltà di massa ha questo pregio, che ciascuno può annegare liberamente senza che gli altri gli diano fastidio nel tentativo di salvarlo. E’ in fondo una forma di delicatezza e di rispetto dell’opinione altrui di morire da sè.

Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al Sabato, 1969, Rizzoli, Milano

 

 

Immaginate un’auto bianca coupè correre su una strada provinciale della campagna brianzola, capelli biondi fluttuare in un vento rumoroso, un sole opaco dietro le fabbriche, un uomo con un principio di calvizie e un orologio sfolgorante corredato di occhiali Persol nuovi di zecca. Si tratta di uno scenario che ha generato idoli e credenze, immagini e leggende cullando una generazione di lettori a cavallo fra gli anni 60 e 70, determinando infine la base di scrittura di tutto un genere cinematografico che spazia tra il “poliziottesco” d’autore e il pulp americano.  E’ lo scenario di Giorgio Scerbanenco, autore apolide, di origini ucraine la cui scrittura è da considerare una parentesi di infinita bellezza nel panorama della letteratura italiana. Il motivo per cui siamo qui a scrivere di questo autore è la ricerca di una sua possibile collocazione al di là dell’ascrizione tipica dei lavori di Scerbanenco nell’alveo di una letteratura meramente “di genere”.

 

Giorgio Scerbanenco è nato a Kiev nel periodo appena antecedente alla Rivoluzione del 1917. Ed è proprio l’insorgere delle complicazioni politiche legate a questo avvenimento a costringere la sua famiglia e un alllora giovanissimo autore a fuggire in Italia, e in particolar modo a Milano. Qui Scerbanenco accede all’istruzione e diventa giornalista per diverse testate italiane attraverso le quali da forma alla sua penna scorrevole e attenta. Del suo periodo di massima produzione dirà :

Per fortuna, lavorando quattordici, sedici ore al giorno, scrivendo quattro, cinque romanzi e centinaia di racconti all’anno, avevo poco tempo per commettere errori. Ma ne commettevo sempre.

E’ questo il periodo della sua collaborazione con Rizzoli, che pubblicherà le sue opere in versione integrale, talune anche postume. Il centro della poetica di Giorgio Scerbanenco è la rappresentazione di una criminalità senza scrupoli, attraverso una letteratura squisitamente noir, che non sfora mai nel grottesco e nell’irrazionale, ma ci lascia evincere una fredda e rigida conoscenza delle dinamiche del crimine. Le bande di Scerbanenco, gli uomini al margine di città che si evolvono in un nuovo tipo di società e di meccanismi agli albori della società di massa, sono l’esempio di un uomo nuovo che proietta sè stesso verso nuovi modi di auto-rappresentazione. Così il suo personaggio più completo, Duca Lamberti, medico e investigatore sui generis è il frutto di questa nuova consapevolezza che si muove fra Pasolini e Alfred Hitchcock, fra una periferia degradata e una Milano signorile e grigia che si culla del suo nuovo stile di vita post-resistenza. La domanda che quindi ci sorge spontanea è se sia dunque corretto storicamente, da un punto di vista della critica letteraria, non fare i conti con la letteratura “di genere” di questo autore, non sfidare la grandezza delle sue opere traendone insegnamenti di carattere sociale e politico, cercando risposte negli anti-eroi e nelle vittime delle opere dell’autore.

La famosa tetralogia che vede come protagonista Duca Lamberti è un po’ la summa di tutte queste considerazioni. Questo personaggio è spesso considerato una sorta di alter-ego dell’autore, ma spesso consideriamo venga fatto in modo superficiale. A nostro avviso il protagonista di I ragazzi del massacro, I milanesi ammazzano al sabato, Venere Privata e Traditori di Tutti, racchiude in sè diverse contraddizioni che ci parlano di una nuova percezione umana che raccoglie nell’investigazione e nel genere noir la propria strada. Si tratta di un eroe borderline, dai toni rudi e poco sofisticati, ex medico cacciato dall’ordine per aver applicato l’eutanasia in un contesto cattolico e bigotto, che si ritrova a raccogliere i pezzi della propria identità attraversando dei crimini che senza questa autenticità narrativa rimarrebbero irrisolti.

La violenza rappresentata dai romanzi di Scerbanenco è una nuova forma di violenza che supera la mistica del grottesco e la rappresentazione di una volontarietà del male. E’ un male intrinseco nel prodotto umano della società di massa appena nata, è un male leggero e mai catartico, mai finale, organizzato in bande armate che hanno il profumo delle sottoculture e che rasentano il politico delle bande partigiane di cui hanno incarnato gli anti-ideali. Si tratta di proletari arrabbiati e armati che perpetrano un male maschilista e patriarcale, un male che fa il gioco dell’ideologia dominante e si scontra con l’austerità di una borghesia già in crisi vittima e carnefice al tempo stesso.

La ragione di questa analisi è dunque una possibile riqualificazione dell’opera di Scerbanenco al di là di ogni classificazione di genere nella direzione di un’assunzione critica rispetto alla sua produzione più inquadrata nell’ambito dello statuto culturale della letteratura italiana contemporanea. Ciò che accadeva già per Simenon, dunque, vorremmo che accadesse anche per un autore che ha contribuito a creare un genere complesso, spesso fruito riduttivamente e che meriterebbe una maggiore analisi.

„Così era dolce dormire in quell’alba di febbraio, nella dolce grande città di Milano. E continuare a dormire, insieme, anche con la nuca forata dai proiettili.“