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IPERIONE

Il sonno è un dono che sembra non possa più essere concesso agli uomini, almeno non agli uomini che abitano questo incubo, questo luogo, questo inferno partorito dalla stupidità, dalla guerra e dall’ignoranza prodotta dall’odio. Ho paura di non poter più dormire, se non qui, per qualche minuto vicino a un fuoco acceso di corsa, il necessario per scaldarmi un po’, e di nuovo spento. Nessuno deve accorgersi, nessuno può scorgermi. Il sonno è un dono, ma la solitudine è qualcosa di molto più importante, coincide con la vita stessa. E nell’assenza di sonno io combatto la mia battaglia. La compagnia significa morte, l’unica accettabile è quella di questo cane-lupo che ha scelto di proteggermi, e quella del mio fucile caricato a pallettoni sempre qui presente: secondo cuore pulsante di metallo. Il fucile significa la vita, come la solitudine esso stesso è vita, e spara contro gli uomini. Ho sempre pensato che fucile e solitudine volessero dire la stessa cosa. Sopravvivenza.

Non so cosa sia successo, il passato non esiste, lo sento appena languire fra le lingue di questo basso fuoco che uso per affumicare resti di carcasse, nell’eco dei racconti dei saggi sedimentati nella mia coscienza. Il fumo disinfetta. Lo insegnano i padri ai bambini. Sembra che tutto sia stato sepolto sotto un’accozzaglia di macerie di metallo pesante come tutto il mondo. La storia è sepolta lì sotto e il tempo si è fermato. Storia: è quell’ammasso di leggende che raccontano i saggi, districandole dai nodi bullonati delle barbe. Qualcosa ha distrutto tutto, dice quella vecchia leggenda. Ha alzato la barriera tra la vita e la morte, tra i vivi e i non vivi, tra il passato e il presente congelato in questa cappa di calore infernale. Ma i vivi non assomigliano ai vivi. Ogni umano che vedo oltre il confine è già morto.

Io do la caccia alla benzina, ai rottami, accendo il fuoco. Strappo pezzi di carne da qualche carcassa per affumicarla e lasciarla essiccare sotto i raggi del grande sole rosso.
Non mi sento solo, conosco solo il linguaggio della morte. Mi chiamo Misha, i capi del mio clan mi chiamano così.

Cerco materiali fra queste polveri, fra questi veleni abbandonati, materiali con cui costruire le nostre risorse e le nostre case. Dai rottami di automobili ci si fanno case e rifugi, o si costruiscono mezzi di trasporto con motori che vanno a benzina. Sono molto rari. Il clan racconta una vecchia storia di una guerra fra i popoli che abitavano queste terre, una guerra terribile che ha trasformato questo mondo. La storia serve a capire chi sei, e cosa stai facendo, dicono i saggi spulciandosi le barbe. Sto andando a sud, per incontrare i popoli che ballano sotto la pioggia e coltivano la terra che dicono sia buona. Questo è il mio scopo. Fino a li c’è il deserto lasciato dalla guerra per molte e molte miglia, sono molti passi che mi dividono dai popoli che ballano sotto la pioggia e il sole. Porto un messaggio di pace, il mio popolo vuole imparare a nutrirsi dalla terra, vuole salvare i propri figli.
La notte non ha stelle, se vedo un uomo gli faccio un buco in testa.

Mi chiamo Misha e porto un messaggio di pace e una richiesta d’aiuto al popolo di Iperione. Il mio popolo muore.

Giacciono, fra questi che erano campi coltivati, e che ora sono solo nera ritorsione della terra nei confronti dell’infausto bipede che tutto distrugge, scheletri di fabbriche. Antichi palazzi dove si producevano le cose.

Qui mi nascondo per qualche tempo, il cane lupo marchia il territorio intorno, puntando le orecchie all’orizzonte. Qualcosa di invisibile muove i suoi passi altrove, ma io non ho paura. L’aria puzza di piombo e veleno, cerco del ferro per fabbricare una lama. Più lame hai e meglio stai. Donne nude sulle pareti, questi antichi uomini del ferro profanavano i corpi sacri delle madri riproducendole su carta stampata a inchiostro. Se la scambiavano come un trofeo. Se li incontrassi ora li ucciderei, sversando il loro sangue sulla terra. I saggi insegnano a non avere pietà nei confronti dei padri, la realtà della loro essenza risiede nel sacrificio per mano dei figli.

Sono il popolo di Iperione, il mio viaggio serve a trovarli. Ciò che incontro fra il mio popolo e il loro è morte e miseria. Iperione è una divinità che si manifesta solo un giorno all’anno e dona fertilità alla terra che il suo popolo sa come coltivare, e trarne dei frutti buoni da mangiare. Iperione reggeva i continenti sulle spalle, dicono i saggi. Mi chiedo cosa ci sia ora da mantenere. Il mio popolo sta morendo di fame, le montagne sono troppo calde e la pioggia non si vede da troppo tempo nel cielo senza stelle. Forse il popolo di Iperione conosce la preghiera che serve a far piovere. Sono a metà del mio viaggio. Ho carne secca a sufficienza per proseguire. Questi sono luoghi remoti, lontani da casa mia che mi sembra di sognare. Ma io non ho paura. Se avvisto qualcuno prima di arrivare dal popolo di Iperione gli sparo in testa.

Quando uccido un uomo non sento niente. Misha, padre, proteggi i tuoi figli e la tua casa. Proteggili dagli uomini che guadano le paludi di veleni e mangiano la carne e la miseria nella polvere. Proteggili con l’antica mano armata, dona loro la vita e agli altri la morte.
La pianura è silenziosa, freddo e caldo si alternano e le piogge sciolgono il suolo. Quando la pioggia finisce il suolo si scrosta. La terra è rossa e non produce nulla. Terra, tu eri madre, ora un grembo vuoto con occhi di assassino.

Il popolo di Iperione è una leggenda che narrano gli anziani davanti alle basse fiamme del fuoco.

Rottami, molti rottami, cerco del carburante e dei materiali. Devo ripartire, attraversare la pianura. Il cane-lupo ha fiutato la mia intenzione ed è partito in cerca di cibo. Scruto il volere del destino in quest’alba senza calore.

I miei passi pesanti affondano nella melma della pianura, il fucile mi balla sul fianco. Un latrato in lontananza, la mia pelle si stacca dalle ossa mentre sento delle urla: vittoria. Una preda è stata abbattuta. Fiuto l’odore del sangue che si libera. Ululati umani, a ridosso delle piante gialle che circoscrivono la radura. Sento tutto il peso del mio corpo cadermi addosso. Sono per terra, il rombo di un motore mi suggerisce un’idea di morte: Uomini. Hanno ammazzato il cane-lupo. Una vedetta in sella a un telaio arrugginito saetta per la radura. Sanno che ci sono. Il driver ha la faccia bianca, si è disegnato una striscia sulla fronte con il sangue del cane-lupo, abbaia oltre il rumore della moto, mi cerca. Ho gli occhi aperti ma non vedo nulla.

La mia mano abbassa il cane del fucile. Sto mirando a un telaio arrugginito in movimento. Il gruppo di uomini si agita sulla carcassa dell’animale. Ho la canna del fucile appoggiata sullo zigomo destro. Un alito di vento puzzolente incrocia il mio volto.

Premo il grilletto che fa uno schiocco leggero, un rumore assordante esplode per la radura. Il driver viene colpito in pieno volto, la sua testa esplode davanti al sole opaco del primo mattino. la silhouette di uno schizzo di sangue nero e cervella dense pervade l’orizzonte. Il telaio a motore si ferma dopo qualche metro. Uomini che corrono: tre, quattro uomini. Ricarico. Due sono davanti al gruppo, altri due seguono, stando larghi sui lati, sono armati. Piovono dei colpi a qualche metro da me. Ho la mano sul grilletto, punto al primo del gruppo. Abbattere sempre il capo branco per primo. Ho la sua testa in linea con la canna del fucile. Alito di vento puzzolente. Esplode un colpo nella radura. Esplode la sua testa che macchia il terreno, profanandolo con le sue cervella. Tre uomini. Uno non si muove, sento la sua paura mentre ricarico il fucile. Un altro ha diretto la sua corsa verso di me: ha visto partire il colpo fra le sterpaglie. Anche l’altro, quello che gli stava sulla destra, ha cominciato a correre più velocemente. Vedo le sue ossa, solcare la sua pelle in una corsa famelica. Punto il fucile, esplode un colpo che spacca la coscia del primo del gruppo. Urla strazianti nel sangue caldo, una lingua che non conosco. I due sono fermi, si guardano. La paura prende il sopravvento, tornano indietro.
Raggiungo quello che urla ancora, tenendosi ciò che rimane della gamba con entrambe le mani. Serve silenzio, o attirerà cacciatori di carcasse. La debolezza attira gli uomini come le feci attirano le mosche. Ho un coltello che un saggio mi ha dato. Lasciandolo nelle mie mani ha sussurrato una preghiera a occhi chiusi. Mentre taglio la gola a quest’uomo sento la sua preghiera partire nel vento, in una lingua che non conosco.
Il silenzio ripiomba nella radura.

Il cane-lupo giace, qualche mosca già profana le sue membra. Da lui non prendo neanche un muscolo da mangiare. Lascio volare dalle mie mani una preghiera nella mia lingua, la lascio andare nel vento.

Il popolo di Iperione abita in una valle protetta da basse montagne. Non so immaginare quanti abitanti possa contare. Le bande di predoni con i loro telai a motore sono una continua minaccia nel tragitto che porta alla montagna. La prudenza non è mai abbastanza. Corri, padre, corri per i tuoi figli. Nascondendomi tra l’ombra di queste secche chiome anemiche ripenso al mondo. Gli umani hanno voluto la sua caduta, celebrando massacri e stupri nel nome dell’egoismo. L’uomo di Iperione è l’uomo nuovo che danza sotto la pioggia. Iperione nei racconti degli anziani, ricordi nella corsa. I motori sellati dei driver predoni affrettano più i miei ricordi che le mie gambe. Corri, padre, corri per i tuoi figli. Dolore, fame, corri per i tuoi figli. L’ombra delle montagne fa la sua comparsa. Sono vicino al popolo che fu dei miei avi. Il popolo perduto e sacro dell’uomo nuovo. Una grossa nuvola copre il sole. Urlo di un driver alle mie spalle. Il mio corpo cade esausto, una ferita al collo, sento il calore dei miei fluidi. Venga la morte e mi porti via. Cresci figlio, cresci per i tuoi figli.

Al risveglio una luce accecante. Metallo prezioso. Uomini. Il popolo di Hiperione si erge davanti ai miei occhi. Hanno ucciso il driver che mi aveva assalito. Mi hanno salvato. Non ho più il fucile, ma non mi sento insicuro.
Riconoscimi, popolo di Iperione, fuggitivo in cerca dei segreti della vita, in questo mondo malato e morente. Dammi la tua speranza.
Finita la convalescenza, mi sento pulito e nuovo. I saggi mi conducono a vedere Iperione, città che splende sotto la pioggia, ultimo tempio della ragione antica di uomini pii. Iperione che tutto conosce, e dona alla terra i suoi frutti e la pioggia.

Fotografie: Marjan Biocanin (Serbia)

Testo: Riccardo Stefano D’Ercole (Italia)