Imago Xensura

Guido Piovene diceva che Napoli “è la città più civile d’Italia”, perché ogni manifestazione del carattere popolare dei vicoli napoletani porta con sé un patrimonio simbolico tanto antico e arzigogolato da mostrare, ancora oggi, lo stratificarsi di diversi secoli di cultura. Una città fatta dall’uomo e per l’uomo, in cui i codici antropologici modellano il genius loci urbano.

Nei mesi del lockdown le nostre città hanno cambiato volto: non tanto perché novelli lazzaretti, o sylos di malattie in potenza, e neanche perché rifugi impenetrabili, alveari inoperosi in cui ogni nucleo familiare si rinchiude nella propria arnia al grido di #iorestoacasa. Le nostre città, al contrario, sono state più vive che mai, non come luoghi di passaggio, piazze dei nostri affari, teatri delle nostre ubbie quotidiane, ma come masse concrete e a sé stanti, architetture inorganiche finalmente libere dal giogo dei propri costruttori. La città-lockdown perviene all’espressione della città-ideale, immanentizza quell’utopia, trasporta l’immaginario sul piano del reale. Quante volte abbiamo sorbito, coscientemente o meno, il frame della fine della civiltà nelle narrazioni catastrofiste di cinema, arte e letteratura? Nella città-lockdown abbiamo potuto fare esperienza – sbirciando dalla finestra, avventurandoci furtivamente nelle brevi ispezioni del nostro isolato – di un’ontologia a noi sconosciuta: l’esistenza di pietre, cemento, metallo al di fuori del loro consumo. Abbiamo avuto un assaggio, verosimile o meno, della perpetuazione del globo quando e se il virus umano verrà annientato.

Ecco allora che persino una città come Napoli, “dall’uomo e per l’uomo” tornando a citare Piovene, si staglia tronfia nelle fotografie di Antonio Sena, finalmente conscia della propria essenza, non più legata all’idea di termitaio umano. Piazze essiccate dal sole, vicoli spolpati dal vento, facciate di palazzi nuclearizzati dall’evento pandemico, insegne di un commercio obsoleto, idoli di religioni inattuali: la materia si moltiplica nelle fotografie di Sena, le strutture biologiche tremano al suo cospetto. Perché eccolo l’uomo, che con vanagloria cerca di riappropriarsi di quegli spazi sfuggiti al proprio controllo, eccolo che ciangotta al margine di ogni inquadratura, una macchia bianca a segnalare la sua presenza.

Nella luce aranciata di un tramonto chimico un drone percorre i cieli italici, si incunea nel florilegio di chiese e palazzi del potere ormai abbandonati, si riflette sui vetri a specchio delle cattedrali degli affari, anch’esse prosciugate. Nel suo incedere individua i volti degli umani, spaesati e superstiti, e non piange per noi, non ci odia e non ci ama, ci cancella dietro un bollino candido, come da sempre abbiamo sperato, sin da quando dipingiamo di bianco il nostro Paradiso.

Photography project by Antonio Sena

Writing by Giovanni Bitetto