Imago Absentia

Come ombre bianche rifulgono le storie, l’essere che si nasconde dietro le trame chimiche della pellicola impressionata dalla luce. L’archivio dell’esistenza si colma di una nuova paura di sparire, mentre l’orizzonte del senso vanifica la massa corporea: dietro di noi il ricordo della nostra vita, ci sciogliamo nell’eterno e nell’inutile, nella rete filantropa delle relazioni di cui, meri prodotti, reifichiamo l’immagine. I nostri corpi come ritagli nella carta, la storia di un’amore che reclama la sua stessa essenza spontanea. La distanza tra i campi gravitazionali che piove fuori dalle nostre case, in lontananza, si poggia come cotone piovuto dal cielo sulle cose e non fa rumore. Se la memoria è stata fino ad ora il perno su cui costruire le narrazioni della storia, ora si svuota come un carapace dalla sua carcassa nella deriva.

Ci rimane da chiederci cosa ci sia di stabile in questa idea di socialità che anima le strade vuote. Ritagli di uno spazio democratico abbozzato, il grigio della nostra condizione relegata al feticcio della cronaca che non appaga. La verità dell’esistenza viene raccontata al vento in un pomeriggio di balere, la comunità che si stringe nel cordoglio del liscio, vanifica il dolore e la perdita, sputa sui ritagli di giornale: cronaca nera per le nostre manfrine ideologiche.

Ci-sei? Chiede un bambino al suo compagno di giochi, il teorema dell’azzurro è sorretto dal plasma iracondo e misericordioso della terra. Esserci significa mancata partecipazione, il lutto è la verità intrinseca di ogni sviluppo rimasto al di qua della metafisica. Il nulla scivola sotto le nostre mani partecipando al gioco della presenza ancorata al gelido metallo. Ruggine e ferite: l’umano si disvela. Essere è assenza. Immagine di un è-stato che non muta, che non conosce il vizio della doxa e del tempo.

Grandi paludi di senso fumiginoso e denso, il significato della coscienza e della materia si danno alla macchia sfuggendo alle nostre dita tese e appiccicose di retaggi. L’ombra dell’esistenza si coagula intorno al vuoto lasciato dai corpi, il nuovo logos trasluce di caos, elemosinando comprensione.

Le meteore delle nostre anime scolpiscono ricordi innocui nell’atmosfera. L’uomo che si lascia andare al vuoto è il più consapevole, legge un’ombra su un’ombra di pagina che svanisce come una profezia microcosmica. Si mescolano le lingue alle sinapsi nella menzogna del linguaggio, la rovina della cultura si manifesta stringendosi nell’immagine di molteplici iconografie del nostro riprodursi come enti slegati dalla materia porosa e livida dell’immagine della vita. Siamo dentro questo enorme e magmatico non-siamo.

Photography project by Marco Turcato (Cutout lab)

Writing by Riccardo S. D’Ercole