FUTURO

Martina, amore mio. Vengono a prendere il tuo Edoardo nell’ora più bella. Il calore della  luce taglia il mio volto, senti attraverso i miei sensi la chiave girare nella toppa di metallo e aprirsi la porta sulla mia nuca.
È la mia ora. L’ora più bella, Martina, amore mio. Perché tutto è stato compiuto per me. Ricordi il mio volto? Qualche ferita lo ha cambiato ma è sempre quello che ti guardava. Ricordi queste mani? Ora stringono una penna, ora il cucchiaio della minestra, ma sono sempre quelle che stringevano te, senza paura. Martina, vengono a prendermi nell’ora più bella, per dimostrare al mondo che la paura vince anche gli eroi. Non sanno che la mia paura in realtà non è affatto quella di morire, bensì quella di non vedere più i tuoi capelli danzare nel vento, i tuoi occhi perdersi nella grandezza delle nostre colline dove le vigne nascondono ancora le nostre promesse sotto la saggezza dei tralci, neanche un’innesto potrà scovarle. La tua immagine che ora è così chiara, dove finirà quando cadrò nell’oblio? Vengono a prendermi nell’ora più bella. La stessa ora in cui elencavamo i nomi dei nostri futuri bambini, ricordi che calore quel sole di ottobre?
Quei nomi dirò, mentre arriverà una pallottola a finire il mio tempo. Li elencherò ad alta voce tenendo alto il pugno. Perché è per quei nomi non ancora scritti nell’archivio della storia che io ho combattuto. É per quei nomi che alzavo il fucile sopra i miei occhi e sparavo sui miei incubi. Essi avevano divise e facevano piovere un’infausta gerarchia disumana sul nostro tempo. Scrivevo la storia di questo paese nascosto nei boschi di faggi che adombrano le nostre case. Ti ricorderai di me, Martina? Mi racconterai ai tuoi figli? Avranno quei figli i nostri nomi? Darai loro da bere il vino dei tralci tra i quali sei stata mia? Che ne farai dei nostri segreti?
Giustizia è fatta, nell’ora più bella, e io immaginerò un altro mondo. Quello per cui ora muoio con la schiena incollata al calcestruzzo. Sentirò i comandi del plotone, sbraitati in un’altra lingua. Non esistono differenze tra noi, Martina, quando a unirci è la morte. Cadrò come hanno fatto i miei compagni prima di me, sul selciato, recitando i nomi dei nostri figli.
Si apre la porta, dietro di me, vengono a prendermi nell’ora più bella. Non vedo altro che il futuro, quando dovrei solo ricordare il passato, non sento che gioia dove dovrei sentire dolore. Mi ammazzano, amore mio. Resisteranno però i canti, quelli dei monti, le parole dette intorno ai fuochi smontando i fucili e rammendando le casacche. I racconti di tutte le ragazze come te Martina: come te ce n’è una per ognuno di noi.
E se uno non ha una Martina, se la inventa, perché è per amore che si combatte, è per amore che non si torna, nella casa di mamma, nel candido piangere della neve.
Non piangere Martina, come la neve. Guarda il sole di nuovo sorgere dietro le colline, stringi in braccio il tuo figlio e dagli il mio nome. Edoardo, che nell’ora più bella se ne va, Edoardo che muore ignoto, ma di cui restano i gesti, trasformatisi in parole su questa carta, di cui resta una sola lacrima che si mescola a questo inchiostro, e scrive il mio nome.


Edoardo, in battaglia fu: Futuro.

Lastra fotografica: Alessandra Calò

Testo: Riccardo S. D’Ercole