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Category: Letteratura

Imago Absentia

Come ombre bianche rifulgono le storie, l’essere che si nasconde dietro le trame chimiche della pellicola impressionata dalla luce. L’archivio

IPERIONE

Il sonno è un dono che sembra non possa più essere concesso agli uomini, almeno non agli uomini che abitano

Giorgio Scerbanenco : Umanità calibro 9

Probabilmente qualche altro inquilino si era accorto di quell’acqua che scorreva fuori dalla porta, ma si era ben guardato dall’avvisare

Dalla faglia primigenia di un Logos sconfitto: sulle impossibili movenze di Andrea Zanzotto

non-uomo mi depongo ad attenderti senza nulla attendere, già domani con me nel mio fuisse, pieghe tra pieghe della terra

Poesia del macello, macelleria pittorica. Parola e figura dal corpo alla carne: Ferrari e Bacon

Ficco dita nelle narici dure
del toro decapitato
cerco intimità e pensiero
in quel vigore moncato
quando potrei avere colme
le mani di mammelle

Scene. Una goccia di sperma cade nella vasca del sangue, in una mattina di forte macellazione. La bava degli animali stramazzati esce dalle loro bocche e invade tutto, la gabbia, la canaletta del sangue, il camminamento dei bovini, la postazione in cui si attaccano le etichette, il laboratorio, gli spogliatoi e gli uffici. Bava. E poi sangue, merda, sperma. Topi e larve, vermi e mosche, divorano carogne e carne guasta. Odore di putrefazione. Un toro, in fila per la macellazione, sodomizza il compagno davanti. Un altro scappa. Un vitello e una manzarda si accoppiano l’ultima notte della loro vita. Feti bovini sparati. Placenta. Maiali appesi impazziti di luce. E poi ancora agnelli, gatti, colombi malnati, cani senza contratto. E gli uomini dalle orbite verdastre, i boia, i praticanti, gli addetti, i macellatori. La partita durante l’intervallo, la palla: il cuore sodo di un toro. Le canzoni d’amore cantate mentre si riempiono d’acqua i budelli. E il poeta, mentre si aggrappa a una bestia morta dondolante. Mentre appoggia le labbra sulla vagina di una macellanda, o le inserisce in vagina un foglietto in cui ha scribacchiato velocemente dei versi. Infila le dita negli sfinteri, negli orifizi e nelle narici degli animali. Accarezza teste mozzate nel lavatoio, si ritrova come sciarpa un pene di toro. Annusa il culo di un vitello in attesa del macello.

Dino Buzzati, la letteratura, l’uomo e la condanna del tempo

Quale sconfinato mondo strano e errante, la letteratura offre un rifugio dalle nefandezze quotidiane, dal dolore intimo che ognuno di noi può provare, a causa dell’altro, di un perché, di un dramma che la vita ci costringe a vivere. Perché siamo su quello sgabello instabile, che traballa tra l’essere e il nulla, tra il baratro e l’esserci. E ci serve solo quella piccola immensa forza di volontà che ci spinge a vivere. Il faut tenter de vivre d’altronde, come recitava Paul Valery. Perché in fondo noi siamo esseri profondamente inadeguati. Questo è quello che la letteratura, in un modo o nell’altro, può offrirci. Uno spazio dove il nostro io sconfina entrando in un’altra dimensione. Una dimensione in cui cerchiamo di ritrovar noi stessi, al di là dei nostri vissuti particolari. Una dimensione in cui annullarsi, vivere altre vite, che indubbiamente non sono le nostre, ma in fondo lo sono. Una dimensione che ci ricordi di sentire, che ci ricordi il sentire quello vero e proprio, che ci ricostringa ad amare, a pulsare, a riflettere su ciò che siamo e non siamo, su ciò che amiamo e ci spezza, ci apre in due, come scriveva Philip Roth. Quella dimensione in cui, a contatto con l’autore che stiamo leggendo, cerchiamo disperatamente di ritrovar noi stessi, una risposta alla nostra condizione, una soluzione al nostro dilemma, una via di fuga al nostro strano e inutile dolore. E allora si fluttua, tra una pagina e l’altra, si cerca, ci si immedesima, si rimane basiti di fronte ad alcuni passi che più di altri ci turbano e ci inducono a sentire quello che normalmente non siamo abituati a sentire.

La letteratura è forse l’unico luogo in cui riusciamo a scorgere l’ἀλήθεια o un altrove in cui siamo veramente ciò che siamo e il nostro essere si disvela nei personaggi di cui leggiamo e nelle loro oscure e recondite sensazioni, là dove, neanche l’altro, col suo sguardo capace di ferirci e ucciderci, può veramente arrivare. La letteratura è forse lo specchio per eccellenza, quello specchio in cui facciamo fatica a rifletterci, per paura di non sopportare ciò che realmente potremmo riuscire a vedere e a vivere. Ciononostante è quello specchio di cui, alcuni di noi, non possono fare assolutamente a meno.
E questo vale anche per alcuni scrittori, che usano la propria arte per scoprire e scoprirsi, per mettersi a nudo su un foglio e leggersi dentro, sguazzandoci senza fiato.
E forse perché siamo umani, troppo umani, e a saperlo fin troppo bene era, tra gli atri, proprio Dino Buzzati.

Dino Buzzati - Tutt'Art@ (49)