ArchivePietro Agostini: il significato come stella del nord

june curator / year 2025 /

Pietro agostini

Intervista a cura di Federica D'Ercole

Andiamo subito al dunque: chi è Pietro? Parlaci di te.

Quando mi avete chiesto di mandare quel famoso audio di un minuto per sintetizzare quello che sono, ricordo che alla fine ho detto: “Per dirla in due parole, direi artista nel cuore, progettista per formazione”. Questo perché sono sempre stata una persona creativa da quando ho memoria. Già a cinque o sei anni il mio gioco preferito era travestirmi o costruire cose, tutte attività che stimolavano la mia immaginazione. Quella creatività non è mai morta e me la porto dietro ancora adesso. In tutto quello che faccio cerco sempre di superare i limiti di ciò che so e di ciò che voglio sapere. Mi nutro di curiosità, ma anche del significato delle cose, dello scopo degli oggetti che ci circondano, insomma cerco di dare nuove forme, nuovi utilizzi, nuove interpretazioni alle cose. E progettista per formazione perché, in realtà, non ho mai osato – un po’ per timore reverenziale, un po’ per l’educazione che ho ricevuto – scegliere il percorso dell’artista. Ma mi hanno sempre detto: “Fare l’artista è davvero difficile, pensaci mille volte. Meglio se intanto fai un percorso di formazione un po’ strutturato”. Così ho fatto prima il liceo classico, e poi Design al Politecnico, che ha dato alla mia natura creativa un imprinting scientifico, perché chiaramente è la scuola di architetti e ingegneri. Quello del design è un un processo più legato al metodo scientifico, dove la creatività è uno strumento al servizio di uno scopo. Diciamo che questa dicotomia funziona molto anche con la mia personalità, ad esempio ho due genitori molto diversi tra loro che ogni tanto “combattono” un po’ nella mia testa, come se sentissi l’influenza di entrambi contemporaneamente. Sono sempre stati funzionali come coppia, completandosi a volte in modo complementare, a volte invece scontrandosi. E quindi questo processo creativo/scientifico per me è un po’ come trovare un equilibrio tra due forze diverse anche se allo stesso tempo seguo anche molto l’intuito. Sono una figura che ama cercare di dare la stessa percentuale di influenza alle componenti creative e a quelle scientifiche, e poi devo dire che anche il caso gioca un ruolo fondamentale. In tutto quello che faccio – perché tra l’altro faccio tante cose diverse: video, fotografia, drag, DJ  –  mi è sempre piaciuto bilanciare lo sfogo creativo con gli appigli più razionali e lasciare anche una percentuale al caso, a quello che trovo, a quello che succede, all’errore, all’imprevisto che dà quel tocco finale di inaspettato e mi rende un po’ spettatrice di questo processo creativo.

Qual è il tuo approccio alla fotografia?

Be’, questo è sicuramente un periodo strano per me, perché se me l’avessi chiesto uno o due anni fa ti avrei dato una risposta diversa, se me l’avessi chiesto dieci anni fa te ne avrei data un’altra ancora. Sono in realtà in un periodo un po’ di “pausa” tra me e la fotografia, nel senso che prima i miei ritmi erano scanditi, mentre ultimamente, a causa dei mille impegni e progetti, le cose sono un po’ cambiate, ho chiuso un paio di anni fa un progetto a cui tenevo tantissimo, dopodiché ho messo da parte questo mio mezzo espressivo per un po’, per dedicarmi ad altro. A ogni modo, l’approccio che ho sempre avuto era partire da qualcosa che sicuramente mi interessava a livello di significato, perché alla fine la stella del Nord deve essere sempre il significato. Se non c’è un significato dietro, per me è inutile iniziare. Non mi ritrovo molto nella cosa di “faccio una cosa carina e alla fine finirà su Instagram, avrà 200 like e viva Dio”. Voglio poter usare il mio output per creare dialoghi con persone di diverse comunità, ma anche al di fuori della comunità, raccontandola ad esempio, o persone, nel caso del drag, che vengono fisicamente a vedermi, che mi danno un feedback anche immediato, che mi parlano, mi dicono che cosa hanno provato. Quindi sicuramente direi: sì, parto dal significato. E poi, una volta definiti alcuni elementi razionali, comincia il momento creativo e qui mi faccio ispirare anche dagli strumenti che ho a disposizione, oppure mi lascio ispirare molto dal caso. Il caso per me è una componente importantissima, perché è come se da un lato mi scaricasse del peso della responsabilità di tutto quello che faccio. Cioè, se dipendesse solo da me, l’ansia da prestazione mi congelerebbe perché non riuscirei a raggiungere quel grado di perfezione che tutti noi un po’ vogliamo dal nostro output. Se invece so che una parte comunque sarà sempre dettata dal caso, so che dunque c’è quell’elemento di imprevedibilità, quel twist che io dovrò accettare. Anche quello dell’accettazione è un tema importante per me: come nella vita, abbiamo dovuto un po’ tutti accettare certe cose che magari riguardano il contesto in cui viviamo, le persone che incontriamo, le cose che ci succedono, e il corpo in cui nasciamo, insomma, tutta una serie di cose, similmente nell’atto creativo c’è una parte di lavoro che io punto a fare, però anche un’altra parte in cui certe altre cose bisogna lasciarle andare. Non si può avere tutto, non si può sempre volere tutto, o meglio, si può chiaramente tendere ad ambire alla perfezione formale e dell’essenza, però c’è qualcosa che bisogna necessariamente lasciar andare: da qui l’utilizzo della fotografia analogica in cui, sì, tu puoi essere bravo, però a un certo punto appare sempre la striscia di luce, il fuori fuoco, i colori che si esprimono in maniera inaspettata; insomma c’è sempre dell’inaspettato e forse questo mio approccio è influenzato anche dal fatto che poi della fotografia, dei video, ho fatto anche il mio lavoro. Il non avere scuse per non raggiungere la perfezione è qualcosa che io ricollego al lavoro. Siamo in un’epoca in cui la tecnologia ce lo permette e il mercato ce lo impone, quindi ricollego questa ambizione a una sfera di produttività e di lavoro.

Possiamo parlare, nel tuo caso, di un evento significativo che ha segnato il tuo modo di fotografare?

Allora, un evento preciso non saprei, ma una serie di cose che sono successe, secondo me, hanno determinato il mio stile. Ad esempio, quando in gioventù vidi su alcuni scaffali i dischi di David Bowie e Marilyn Manson, queste figure così striking, così diverse, così grafiche, fuori dal comune, ma allo stesso tempo ritratte non in maniera confusa, ma proprio netta. Ecco, questi totem se vogliamo hanno influenzato molto il mio modo di concepire l’immagine, o anche figure come Grace Jones mi portavano a dire: “Wow, questa cosa qui è diversa da tutte le altre immagini!” Oppure dicevo: “Wow, ma c’è questa potenza comunicativa che non capisco ma che sento che vibra molto con le mie corde”. Un’altra cosa che secondo me ha influenzato molto il mio percorso è stata, forse in realtà sempre sulla falsariga di questo, la formazione in design e il lavoro audiovisivo. Alla fine, quello scarto creativo l’ho applicato al mondo pubblicitario, un po’ perché la creatività in ambito di prestazione viene spesso applicata alla promozione, un po’ perché a Milano, soprattutto per via della moda, della pubblicità, il mondo è chiaramente quello. Diciamo che il modo in cui io fotografo anche le persone è legato a quel linguaggio un po’ pubblicitario. Ho spesso detto anche riguardo alla mia mostra – che era appunto il mio ultimo progetto – che ho voluto fotografare le persone quasi come se fossero delle pubblicità, dove però, al posto di elevare, glorificare e “vendere” un prodotto, ho tentato di mettere su un piedistallo delle persone che a loro volta rappresentavano dei concetti.

«[...] l’approccio che ho sempre avuto era partire da qualcosa che sicuramente mi interessava a livello di significato, perché alla fine la stella del Nord deve essere sempre il significato.»

C’è un progetto fotografico che ti ha segnatə, a cui sei particolarmente legatə?

Sì, sicuramente è il progetto che ho realizzato due anni fa e che si chiama Performing Gender. Mi ha occupato tutto il 2022 e parte del 2023. È una serie di ritratti in studio che ho fatto di persone della mia comunità queer. È un progetto in cui, tramite la selezione dei soggetti che ho ritratto, tramite il modo in cui li ho fotografati e tramite anche alcune cose che poi loro stessi dicevano in didascalia, voleva raccontare un’esperienza di identità di genere specifica. Cioè, tutti quei casi in cui la rappresentazione scenica – quindi qualcosa che in teoria nasce come spettacolo – in realtà è qualcosa che invade anche la vita personale di queste persone. Qualcosa che loro portano in scena, ma che in realtà dalla scena poi portano anche a casa. Un voler esprimere un’esperienza di genere non conforme su un palco per riflettere un aspetto che in realtà è parte di loro. È veramente un progetto a cui tengo molto perché è qualcosa che sento anche molto mio, che è valso tantissimo anche per me nel modo in cui ho capito quale fosse la mia identità ed è il motivo per cui ho anche iniziato a fare drag: per sfogare appunto questa parte di esplorazione del proprio corpo e del ruolo che il mio corpo potesse avere non solo nella sua connessione con la mia mente, con la mia interiorità, ma anche con le persone intorno a me e le situazioni circostanti. Perché chiaramente una performance su un palco è una cosa, ma poi quando scendi dal palco ed esci in strada, la valenza cambia. Quindi nel weekend o la sera, ritagliavo delle ore per montare questo set improvvisato nella sala riunioni dell’ufficio dove lavoravo prima, dove non c’erano assolutamente le condizioni per farlo. È stato un progetto per le sue premesse, secondo me, molto forte e soprattutto molto sentito. E queste persone che ho ritratto sono tutte persone che io ho conosciuto, quindi sono persone che sono realmente intorno a me e fanno parte della comunità. “Comunità” per me è un concetto molto forte che ho imparato a conoscere, a rispettare e a celebrare.

C’è un progetto fotografico che invece vorresti realizzare, che hai nel cassetto, anche in relazione ad altri creativi?

Mi piacerebbe molto portare avanti un progetto che parla di corpi in transizione. È un progetto a cui penso da tanto, diciamo da quando ho finito l’ultimo volevo poi passare a occuparmi di questo, però volevo trovare un modo che non fosse banale. E poi appunto è accaduta la vita e ho un po’ perso il drive, diciamo, la spinta creativa. Però sicuramente vorrei fare un progetto che abbia al centro questo tema. Tutto ciò che a me interessa – forse si poteva evincere anche da quello che dicevo prima – è tutto ciò che si colloca nelle intercapedini di definizione, tutto ciò che non è né una cosa né l’altra, ma è qualcosa magari nel mezzo di cui non esiste ancora una definizione. Se ci pensiamo, parole come “queer” o “non binary” dieci o quindici anni fa non si utilizzavano ecc. Quello che a me interessa è sottolineare il fatto che alcune cose che oggi sembrano ancora estranee o difficili da inquadrare, magari fra anche solo cinque anni avranno un nome e un cognome e una bandiera con dei colori e tutti quanti sapranno che cosa sono.

Chi vorresti scrivesse a partire dalle tue foto?

Di primo acchito direi Patti Smith. Quanto al mio contesto, forse non ho mai avuto le persone giuste intorno a me perché questo si concretizzasse. Per me è anche molto una questione, appunto, di incontri e non conosco banalmente molte persone che scrivono, quindi alla fine è una cosa che non ho mai perseguito attivamente.

Un autore del passato che ti ha ispirato particolarmente?

Quando studiavo storia della fotografia, mi piaceva moltissimo Diane Arbus perché fotografava appunto tutte queste persone considerate “freak” e chiaramente all’epoca era qualcosa di un po’ inedito e quasi scioccante, quasi anche un po’ scandaloso. Ed è quella sensazione un po’ di scandalo che secondo me simboleggia la rottura di un ghiaccio che poi a un certo punto, quando è fatto a pezzi più piccoli, si scioglie più facilmente.

C’è un autore o un’autrice che ci suggeriresti per una delle successive curatele di Nea?

In questo periodo sono in fissa con un fotografo e artista, che si chiama Thany (Francesco Saverio Tani). Trovo che abbia una testa incredibile, dalle sue immagini si evince un’immaginazione molto brillante, e mi piacerebbe spingerlo anche sui miei altri progetti con spazioSERRA. È una persona a cui vorrei dare un po’ di highlight, perché quando guardo le sue immagini è un po’ come riprovare quella sensazione di quando appunto a sette-otto anni vidi le immagini di David Bowie. E questa è una sensazione che ricerco da sempre.

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