ArchiveJuly curator / year 2025/ Cataldo lucchese

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july curator / year 2025 /

Cataldo Lucchese

Intervista a cura di Federica D'Ercole

Pubblichiamo l’intervista con Cataldo Lucchese, in arte Brodino Star, un fotografo di origini tarantine con uno sguardo attento al linguaggio della distorsione visiva e del dettaglio straniante. 

Chi è Brodino Star?

Sono tarantino e ho iniziato molto giovane a fare foto e a studiare fotografia. Ho cominciato a frequentare Belle Arti a Lecce, ma poi, poco dopo — durante la pandemia da Covid — ho deciso di mollare l’accademia e iniziare con la Bauer, a Milano. Ho fatto lì il triennio, trasferendomi tra il 2020 e il 2021 a Milano, dove ho cambiato completamente l’idea che avevo della fotografia. Quel periodo mi è servito tantissimo, perché mi ha aiutato a capire quale fosse davvero il mio sguardo, il mio approccio. Per un periodo mi sono concentrato molto sulle zine e sui libri: era quello che mi interessava davvero.
Sono riuscito a esporre a Sprint a Milano, poi a Libros Mutantes a Madrid, e anche a Torino, in diverse occasioni. Ho sempre pensato che quello fosse il mio modo di esporre un progetto: non su Instagram, né sul sito — lì non pubblico mai nulla di compiuto — ma solo zine e libri, cose che si possano toccare, sfogliare. Penso che mi diano un controllo molto più diretto su come il progetto viene fruito ed è questo il mio modo di far esperire le immagini.
Negli ultimi tempi, però, sto cambiando un po’ idea: mi sto spostando verso una fotografia più manipolata, più distruttiva. Sto iniziando a «picchiare» le immagini, per così dire, a intervenire su di esse, a rovinarle, a romperle. Quindi ora mi muovo più in quella direzione.
E poi da quando sono tornato in Puglia, in realtà, non me lo aspettavo, ma sto lavorando molto di più rispetto a quando stavo a Milano. Mi sto concentrando anche sulla fotografia commerciale. Ho la fortuna di avere molti amici musicisti che «fanno cose», quindi ho iniziato a occuparmi anche di cover art e di shooting per artisti. È una parte del mio lavoro molto divertente. A Milano non l’avevo mai affrontata seriamente, perché lì facevo più che altro l’assistente: ero un tecnico, seguivo le luci, non avevo lo stesso margine di espressione o professionalità che ho adesso.

Qual è il tuo approccio alla fotografia?

Ultimamente mi sta piacendo molto usare l’ironia. Per esempio, le foto che faccio alla mia faccia — o a quelle di altre persone — le trovo divertenti sia per me, nel realizzarle, che per gli altri, nel guardarle. Mi sto concentrando molto su quell’aspetto: non prendersi troppo sul serio. Trovare un modo ironico, ma efficace, per esprimere sensazioni pesanti, come l’oppressione, la chiusura o il senso di mancanza di via d’uscita che a volte si avverte in certi luoghi. Cerco di comunicare quella sensazione attraverso la compressione dell’immagine o quella del corpo. È qualcosa di riconoscibile, perché credo che tutti prima o poi ci sentiamo così. Usare l’ironia per parlare di questi aspetti mi sembra un modo più leggero, ma non per questo meno profondo.

C’è un evento significativo che ha segnato il tuo modo di fotografare?

Probabilmente, anzi, sicuramente, il mio trasferimento a Milano. In particolare, il corso di grafica che ho frequentato lì. C’era una professoressa, Sara Bianchi, che fa parte del collettivo Atto, che si occupa di libri autoprodotti. Ha realizzato una collana che si chiama «Vuoto», nata proprio durante la pandemia. Quando l’ho conosciuta mi ha fatto capire tantissime cose, soprattutto sui libri, sulle zine, su come si costruisce un progetto editoriale. Con lei ho prodotto la mia prima zine in risograph. È stata un’esperienza che mi ha aperto il cervello: mi ha permesso di conoscere un sacco di persone, spesso provenienti da percorsi molto diversi, e mi ha insegnato tantissimo su come si progetta e si pubblica. È stato sicuramente un momento chiave per me, uno snodo vero nel mio modo di fotografare e progettare.

«È qualcosa di riconoscibile, perché credo che tutti prima o poi ci sentiamo così. Usare l’ironia per parlare di questi aspetti mi sembra un modo più leggero, ma non per questo meno profondo.»

C’è un tuo progetto a cui sei particolarmente legato?

Sì, si chiama Deadnet. È una zine, stampata su carta lucida, divisa in quattro parti. La carta è molto particolare: lucida e sottile, dovrebbe ricordare quegli album fotografici di famiglia anni ottanta, oppure le riviste sportive di quegli anni, quelle con la pellicola trasparente sopra le pagine. È un progetto interamente costruito sull’archivio di famiglia. È nato quasi per caso: un’estate stavo digitalizzando tutto l’archivio di casa, per catalogarlo e non perdere nulla e da lì è partito il progetto. Abbiamo un circolo sportivo a Taranto, incentrato soprattutto sul tennis. Negli anni ottanta era molto importante per la città, c’era una vera comunità sportiva. Durante la scansione delle foto mi sono accorto di una cosa: nelle immagini delle premiazioni c’era un vero e proprio rituale visivo, una ripetizione continua di pose, gesti, sguardi. Cambiavano i trofei, ma le foto erano quasi identiche. In più, mio zio era molto presente in quell’archivio, perché era una giovane promessa del tennis. Era fotografato spessissimo da mio nonno. Così è nato il progetto: un racconto fotografico, attraverso queste immagini d’archivio, che segue la carriera sportiva di mio zio — dalla comunione fino all’ultima foto in cui è calvo, stanco, a cinquant’anni.
Ma Deadnet è anche un progetto sul tempo, sulla memoria e sulla messa in scena. L’impaginato funziona come una partita di tennis: le immagini si muovono da una pagina all’altra come se fossero scambi tra due giocatori, con i punteggi al posto dei numeri di pagina. Si parte, si avanza, si fa punto, si torna alla posizione di battuta. Fino alla fine del match.
Poi c’è un momento narrativo chiave: la famiglia, schiacciata dai debiti, cerca di passare dal tennis al calcio. Era il 2006, l’Italia aveva vinto i mondiali, il calcio andava fortissimo.
Ci sono foto di campi da tennis abbandonati, o trasformati. In una di queste c’è mio zio, immortalato da un fotografo amatoriale, in una posa così assurda che rasenta la genialità inconsapevole.
Insomma, è un progetto a cui tengo molto. Tratta tutta la storia recente della mia famiglia.
Il mio intervento sulle immagini è stato minimo: ho lavorato sul layout, sull’editing. Alcune foto sono state solo ritagliate o ingrandite. È un progetto sui dettagli, sui tocchi, sui gesti invisibili. In una sezione, per esempio, mio zio gioca contro se stesso. C’è anche una pallina che esce dal layout, come se fosse uscita dal campo.

Hai un progetto nel cassetto, magari ancora in fase di ideazione, che ti piacerebbe realizzare in futuro?

Sì, ce ne sono un paio. Il primo è un progetto sulle uova. L’idea è quella di fare una ricerca visiva su tutti i modi in cui si può rompere un uovo. Vorrebbe essere una parodia di quei libri tipo Le 1001 sedie che hanno cambiato il design, o Le 1001 fotografie che hanno cambiato la storia. Libri un po’ riempitivi, che lasciano il tempo che trovano. Ecco, vorrei fare qualcosa del genere, ma portato all’estremo e con un tono ironico.
Poi c’è un secondo progetto, anche questo legato al concetto di «gesto futile». Vorrei raccogliere sassolini, quelli comunissimi che trovi in giro, e fotografarli come se fossero reperti archeologici. L’idea è documentarli con la stessa dignità che si dà agli oggetti antichi.
In entrambi i casi, mi interessa molto questa tensione tra la documentazione e l’inutilità del gesto: come in quell’opera al Madre di Napoli — una scultura di un uomo che misura le nuvole con un righello. Un gesto impossibile, assurdo, ma che dice molto su di noi.

C’è uno scrittore — vivente o meno — che ti piacerebbe vedesse le tue foto e scrivesse qualcosa a partire da esse?

In realtà non ci ho mai pensato, mai davvero.
Ora che mi ci fai pensare… mi viene in mente Hemingway. Mi piacerebbe sapere cosa penserebbe di certe mie foto, tipo quelle con la mia faccia.
Secondo me le odierebbe, perché sono forse l’opposto esatto della sua idea di uomo. Ma proprio per questo mi incuriosisce: mi interesserebbe molto vedere come reagirebbe, cosa direbbe.

C’è un fotografo del passato che ti ha ispirato?

All’inizio scattavo tantissimo in pellicola, soprattutto medio formato. E l’autore che avevo sempre in mente, anche in modo un po’ ossessivo, era Luigi Ghirri. So che può sembrare una risposta banale, ma per me non lo è. È sempre stato lui il mio punto di riferimento.
La sua idea di paesaggio, il suo modo di guardare le cose… mi ha formato. Il primo libro fotografico che ho comprato è stato uno dei suoi. Mi ha accompagnato per molto tempo.
Adesso il mio lavoro è molto diverso, ma riesco ancora a vedere delle due tracce, degli accenni, nei miei progetti. In passato sentivo quasi di copiarlo, lo ammetto. Era un’influenza fortissima, e non me ne vergogno.
Mi fa molto piacere vedere che ora i suoi eredi stanno pubblicando fotografie inedite, che escono nuovi progetti. Voglio assolutamente recuperare la nuova edizione di Viaggio in Italia.
Anche il fatto che questo suo lavoro partisse dalla Puglia mi ha sempre colpito. C’è qualcosa, in quel gesto, che mi ha fatto sentire coinvolto.

C’è un fotografo contemporaneo che ci consiglieresti per una delle prossime curatele di Nea?

Sì, ci ho pensato.
C’è una persona con cui ho studiato, si chiama Martina Carbonelli. Lavora in un ambito molto diverso dal mio: è più portata al reportage, al racconto diretto, crudo. È metà libanese e metà italiana e ora vive a Lisbona.
Mi piace molto l’idea di suggerire qualcuno che non faccia quello che faccio io, ma l’opposto. Lei racconta storie in modo molto sincero, molto onesto, e soprattutto non ha paura come me di accendere un riflettore sulle vite altrui.

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