ArchiveJuergen Teller / 7 ½ La fotografia della star che fotografa le star
Il fotografo Juergen Teller – © Vianney Le Caer/AP/SIPA
 

Juergen Teller / 7 ½ La fotografia della star che fotografa le star

Intervista a cura di Stefano Monti

La prima volta che ho visto una fotografia di Juergen Teller non avevo la minima idea che fosse di Juergen Teller. Ero al terzo anno di liceo e non avevo ancora capito che la moda fosse una passione da stronzi. Al contrario, passavo ore e ore davanti ai post di The Sartorialist, Stockholm Streetstyle e in generale su Tumblr. È stato lì che a un certo punto ho visto una foto di Victoria Beckham a terra, con le gambe all’aria e una girandola in testa… dentro un sacchetto di carta di Marc Jacobs. Ho subito pensato che catturasse perfettamente l’essenza fake del lusso: un sacchetto di carta con il nome di un brand sopra; quello che c’è dentro è del tutto irrilevante.

Da quel momento il nome di Juergen Teller non l’ho più perso di vista. Nel 2015 ho inserito  nella mia tesi di laurea magistrale alcuni scatti di Kanye, Juergen and Kim, un improbabile portfolio in cui Teller ha ritratto Kim Kardashian, Kanye West e se stesso mentre si rotolavano nel fango in campagna. In quel momento erano il re e la regina del mondo, ma lui li voleva goffi, impacciati, ridicoli. Nel 2021 sono rimasto  incantato davanti alle copertine delle Best Performances di W Magazine (il numero speciale dedicato agli attori e alle attrici più interessanti dell’anno), c’erano tutte le mie star preferite: Steven Yeun, Riz Ahmed, Tessa Thompson, LaKeith Stanfield, Vanessa Kirby, Jacob Elordi, ma anche Michelle Pfeiffer, George Clooney, Sacha Baron Cohen, tutti indistintamente gettati nell’angolo di un marciapiede e fotografati dentro un carrello, sull’asfalto, tra le radici di un albero. Anche in questo caso goffi, impacciati, ridicoli. Grotteschi.

 

«Nel mio lavoro metto solo quello che c'è in me. [...] E penso che nel tuo cuore tu debba sempre desiderare di essere giovane.»

Juergen Teller, Victoria Beckham, Legs, bag and shoes, Marc Jacobs Campaign Spring Summer 2008, 2007

È stata la prima volta che sono entrato  in contatto anche con le polemiche che da sempre aleggiano sul lavoro di Teller: in molti lo accusano di superficialità, al suon di un sempreverde «lo potevo fare anch’io» (per fare il verso al famoso saggio di Francesco Bonami). Io non sono un critico d’arte, ma dall’alto del potere che ho in quanto utente ho sempre avuto la sensazione che sia proprio quel grottesco che ci fa sentire un po’ presi per il culo a renderlo intrigante (un po’ come le gambe di Victoria Beckham che spuntano da un sacchetto di carta, o Kim Kardashian in body e tacchi a spillo che si arrampica su una montagna di terra). Per dirla con un’espressione abusata: il suo lavoro «fa ridere ma anche», per dirla con le parole di Virzì: le fotografie di Juergen Teller sono un «ovosodo che non va né in su né in giù» (Ovosodo, 1997).

Ma chi è Juergen Teller? Nato nel 1964 a Erlangen, Germania, in quarant’anni di carriera ha sempre rifiutato di farsi incasellare in un ruolo o, ancora peggio, un genere. Fotografo, musa e artista, ha fuso moda, pubblicità, biografia e documentazione in una sintesi visiva pungente; ha realizzato campagne per numerosi brand di lusso, editoriali per importanti pubblicazioni d’arte e moda (ma quando il giornalista davanti a me lo ha definito un «fashion photographer» non avrei voluto essere nei suoi panni n.d.a.). Oggi è uno di quegli artisti che sono diventati uno stile, le sue opere sono state esposte ovunque (Musée du Louvre, Centre Pompidou, Fondation Cartier pour l’Art Contemporain a Parigi, l’International Center for Photography di New York e la National Portrait Gallery di Londra). Fra le foto più famose Kate Moss con i capelli rosa, l’autoritratto con gli pneumatici in mano (ma anche quello con i palloncini e gli shorts rosa), il nudo integrale di Vivienne Westwood e quello di Charlotte Rampling e Raquel Zimmermann davanti alla Gioconda, le foto dentro Auschwitz e Birkenau.

Dal 13 aprile, Juergen Teller è anche a Sabbioneta (MN), con una mostra curata insieme alla moglie e creative partner Dovile Drizyte e allestita nella Galleria degli Antichi e Sala degli Specchi di Palazzo Giardino). La mostra, intitolata 7 ½, è stata definita dallo stesso autore come «la più personale che abbia mai realizzato». Un racconto visivo che ripercorre gli ultimi anni del suo lavoro, segnati da una profonda rinascita creativa: dalla moda agli eventi storici, dal passato al presente, tutto filtrato attraverso uno sguardo nuovo. Al centro di questa trasformazione, il legame – artistico e umano – con la moglie Dovile Drizyte (fateci caso: lui ha sempre qualcosa di rosa shocking, lei di color giallo/verde fluo). Il titolo non è casuale: «7 ½» richiama non solo gli anni di collaborazione tra i due, ma anche al tempo quotidiano che passano insieme. Lo abbiamo incontrato a Milano.

Il Presidente della Fondazione Sabbioneta Heritage, Gianni Fava, si è detto orgoglioso di ospitarti «per questa straordinaria esposizione, che si inserisce perfettamente nella […] missione di valorizzazione del patrimonio storico attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea». Non ne dubito. Ma perché Juergen Teller ha detto di sì a Sabbioneta?

Vengo da un posto di 4000 abitanti [vicino a Erlangen, Germania n.d.a.] nei pressi della foresta. I miei figli stanno crescendo in una grande città [Londra n.d.a.], ma sono estremamente grato di essere cresciuto in modo piuttosto ingenuo, lento e innocente. Con calma. Al giorno d’oggi, i giovani crescono in fretta, grazie ai cellulari, internet e a tutto il resto… Senza la calma.

Qual è il valore della provincia?

Mi sento sempre a mio agio nei luoghi più piccoli. Mi torna in mente quando ero ragazzo, ero troppo timido per trasferirmi a Berlino. È per questo che ho preso la macchina e ho guidato fino in Inghilterra. Per evitare Berlino, per imparare l’inglese e perché non volevo fare il militare in Germania.

Che cos’è che un paese di 400 anime può darci che invece non possiamo trovare a Londra, Parigi o forse Tokyo?

La tranquillità. E l’arte antica.

Questa tranquillità, chiamiamola anche «semplicità» provi a introiettarla anche nel tuo lavoro?

No, non ci provo. Nel mio lavoro metto solo quello che c’è in me. Forse per qualcuno sono «naïve», ma credo che la «naïveté» sia solo l’altra faccia della giovinezza. E penso che nel tuo cuore tu debba sempre desiderare di essere giovane. Non un vecchio brontolone, come sono io… Ma cerco di nasconderlo. E ce la faccio.

L’età è solo uno stato d’animo, così dicono… Scherzi a parte, hai parlato del significato di 7 ½, che sono gli anni di matrimonio con tua moglie (Dovile Drizyte)… 

No, non sono solo gli anni di matrimonio. Io e mia moglie, nonché partner creativa, siamo stati insieme per sette anni e mezzo. Ci siamo sposati dopo [2021 n.d.a.]. A Napoli, tra l’altro. Ecco quanto amiamo l’Italia. Nostra figlia è anche nata in Sicilia!

Dove?

Vicino a Noto. E abbiamo fatto una bella festa alla Basilica di San Paolo, a Palazzolo Acreide. Dove mia figlia è stata accolta come una vera figlia siciliana…

Tra l’altro proprio a Noto. Ma quindi, in quel titolo, non c’è un riferimento a di Fellini…

Sì, certo. In effetti dovrei rivederlo. Saranno passati trent’anni da quando l’ho visto. E sono più abituato ad Antonioni e Pasolini. Probabilmente ho trascurato Fellini. Ma sai che ti dico? per Fellini, 7 ½ per Jürgen Teller. E 9 settimane e ½ per Kim Basinger. Siamo in buona compagnia.

Björk by Juergen Teller, Courtesy

Kate Moss by Juergen Teller, Courtesy

Ho sempre pensato che il tuo lavoro con le celebrità, Hollywood e la moda, in qualche modo provi a decostruire lo status stesso di «celebrità». A smontare le persone pezzo per pezzo, per liberarle dei glitter e riportarle alle loro radici…

Prima di tutto, cerco di fare un buon lavoro. E poi penso a ogni soggetto, a ogni scenario che accetto su commissione. E cerco di fotografarli come esseri umani, nel modo più rispettoso e onesto possibile. Quando si vede una foto di una celebrità al giorno d’oggi su riviste e cose del genere, o esiste solo perché sta promuovendo un film, o sta promuovendo qualche profumo o trucco o qualcosa del genere. A me interessano le persone che fanno il loro mestiere e il loro lavoro.

Si sentono tutti/e a loro agio?

Direi di sì. O meglio, solo le persone che hanno fiducia in loro stesse, che sono disposte a lasciarsi andare. In quel caso sì, capiscono cosa significa lavorare con me. A volte capita che qualcuno non lo sia… Ma d’altro canto, ci sono persone che non sono assolutamente interessate a me e ci sono persone che neanche io sono assolutamente interessato a fotografare. È normale.

Faresti una foto a Donald Trump?

È un’ottima domanda. Direi di sì.

Se dovessi portare un solo libro in valigia per le vacanze, quale consiglieresti?

Se si tratta di un’isola deserta, Guerra e pace. Sarebbe l’occasione perfetta per imparare il russo. Altrimenti qualcosa in più volumi, come Karl Ove Knausgård, La mia lotta [sei volumi, usciti in Norvegia fra il 2008 e il 2011 n.d.a.]. O Murakami.

7 ½ sarà visitabile da domenica 13 aprile a domenica 23 novembre il lunedì dalle ore 10 alle ore 13; dal martedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 14.30 alle ore 18, mentre il sabato, la domenica e nei festivi dalle 10 alle 19, con orario continuato.