Rosa Lacavalla, Nella lingua del vento, in corso.
Ci racconteresti in primo luogo un po’ di te? Chi è Rosa Lacavalla?
Sono una fotografa e un’artista visiva. Tengo a fare questa distinzione perché nel mio caso le due dimensioni convivono pur avendo funzioni differenti.
Lavoro come fotografa freelance, ma porto avanti anche una ricerca artistica che negli ultimi anni ha iniziato ad aprirsi ad altri media, come il video e, più recentemente, la scultura. Sto infatti sviluppando un progetto che prevede la produzione di opere in ceramica.
Parallelamente lavoro con altri artisti: sono community manager e coordinatrice delle attività educational per PhMuseum. È un ruolo dinamico, che varia nel tempo tra education, community e produzione di mostre ed eventi. Questo continuo dialogo con le ricerche altrui influisce profondamente anche sul mio lavoro individuale.
Per il resto, direi che sono una persona piuttosto semplice, nonostante una certa duplicità –forse anche caratteriale – che mi accompagna da sempre.
Qual è il tuo approccio alla fotografia?
Il mio è un approccio prevalentemente immaginativo, poetico. Il mio percorso è stato spontaneo: inizialmente ero convinta di voler diventare una fotografa documentarista, di dedicarmi al reportage. Con il tempo, però, la mia pratica ha preso un’altra direzione.
Oggi utilizzo una fotografia più intima e concettuale, che conserva comunque l’eredità dell’esperienza documentaria. Apprezzo molto la fotografia messa in scena di altri artisti, ma ho compreso che non è il mio linguaggio.
Lavoro spesso per metafore. Non amo troppo ciò che è didascalico, preferisco lasciare spazio all’interpretazione di chi guarda. Allo stesso tempo, non mi sottraggo mai al racconto del processo: mi interessa che le immagini restino aperte, ma anche condivisibili, attraversabili insieme.
C’è stato un evento in particolare che ha segnato il tuo rapporto con la fotografia?
Più che un evento preciso, direi un periodo della mia vita. Ci sono stati anni di conflitto, in cui sentivo di dover cambiare direzione, ma facevo fatica ad accettarlo.
Lo scarto è avvenuto gradualmente, soprattutto con Sana Sana: lì ho compreso davvero quale fosse il mio approccio a un progetto, ancora prima dello scatto.
Un elemento fondamentale per me è la musica. Per ogni lavoro costruisco una playlist che cresce insieme al progetto. A volte una sola canzone, ascoltata in loop, diventa una sorta di mantra capace di guidare la visualizzazione. L’ispirazione, spesso, arriva da ciò che non è visivo.




C’è un progetto a cui ti senti particolarmente legata in questo momento?
La festa dell’equatore. È uno dei lavori più recenti e anche quello su cui sto concentrando maggiormente le mie energie.
È il progetto con cui ho iniziato a ragionare in modo transmediale: alle immagini si affianca un’opera video, e ogni elemento può funzionare autonomamente pur dialogando con gli altri.
Con Sana Sana, il lavoro precedente, immaginavo già una forma libro – a oggi resta un dummy – mentre con La festa dell’equatore ho ampliato lo sguardo, includendo immagini d’archivio, materiali trovati, screenshot rielaborati. È stato un cambio di respiro dopo un progetto emotivamente molto intenso.
Questo approccio aperto è confluito anche nei lavori successivi, come quello nato da una residenza artistica durante l’estate scorsa, dove la fotografia dialoga con la scultura.
Hai un progetto «nel cassetto» che sogni di realizzare?
In realtà no. Tutti i miei lavori nascono da esperienze personali che poi si aprono a una dimensione più ampia.
Sana Sana parte da una guarigione individuale; La festa dell’equatore attraversa temi come migrazione, genealogie, costellazioni familiari, ed è nato da un’esigenza concreta: esplorare le origini italiane della famiglia del mio compagno argentino.
Il progetto attuale, Nella lingua del vento, si muove invece tra Grecia e Turchia, due sponde unite da continui scambi culturali. È un processo in divenire, fatto di passaggi e stratificazioni. Un progetto preciso no – ma so che potrebbe emergere in qualsiasi momento.




C’è un fotografo del passato che ti ha segnata particolarmente?
È una domanda complessa. La mia ispirazione non è mai arrivata da un solo autore, ma da un continuo attraversamento di immagini: passate, contemporanee, provenienti da contesti diversi. Spesso di un artista mi colpisce una singola serie, o persino una sola immagine.
Ripensandoci, però, c’è un momento formativo che porto con me. A diciotto anni mi è stato regalato La fotografia come arte contemporanea di Charlotte Cotton. Frequentavo il liceo classico e lo leggevo di nascosto, seduta all’ultimo banco.
Molte di quelle immagini suscitavano nei miei compagni reazioni di incomprensione o ironia; io, invece, tornavo più volte sugli stessi paragrafi, cercando di capire davvero ciò che stavo guardando. Oggi ho trentatré anni e quel ricordo mi fa sorridere.
Anche quando in seguito mi sono dedicata al reportage, la fotografia contemporanea – nelle sue molteplici forme – era già parte del mio sguardo.
C’è uno scrittore che vorresti scrivesse a partire dalle tue fotografie?
In parte è già successo. Per Sana Sana non volevo scrivere io il testo, né affidarlo a qualcuno per ragioni di visibilità. In quel periodo ascoltavo molto una cantautrice argentina di origini mapuche, Beatriz Pichi Malén. L’ho contattata, le ho raccontato il progetto e le ho lasciato totale libertà. Il testo che ne è nato ha chiuso un cerchio culturale ed emotivo.
Per Nella lingua del vento, invece, sono stata profondamente ispirata da un libro di Nazım Hikmet. Mi piacerebbe, in futuro, che le immagini potessero generare una poesia: non un testo curatoriale, ma qualcosa di autonomo e libero.
C’è qualche autore contemporaneo che ti sentiresti di suggerirci per le future curatele di Nea?
Penso a Cinzia Laliscia, per la delicatezza e il rigore del suo lavoro fotografico, e a Claudia Matruda, il cui lavoro è più performativo e stratificato, tra fotografia, video e installazione. Due ricerche molto diverse, ma entrambe profondamente interessanti.



